La storia del lago di Paterno affonda nel mito. Delle rovine della leggendaria Cutilia già si legge nel primo libro delle Antiquitates Romanae (Antichità romane) l’opera più nota di Dionigi di Alicarnasso.
Lo storico greco scovò molte notizie dagli scritti vergati da Marco Terenzio Varrone, il grande reatino che morì novantenne, venti anni prima di lui, nel 27 a.C.
Possediamo solo una piccola parte della enciclopedica opera di Varrone. Scrisse 620 libri e salvò anche migliaia di documenti dall’oblio. Senza di lui non sapremmo molto dell’antichità romana. Petrarca lo dipinse come «il terzo gran lume romano che quando ‘l miri più tanto più lume». Varrone illuminò anche Dionigi, che ora fa strada pure a noi, nel buio di vicende antichissime:
«Settanta stadi in qua da Reate, giace appiè di un monte Cutilia, città famosa: non lungi dalla quale si spande per quattro jugeri un lago, profondissimo come dicono, e pieno sempre di acque che vi nascono, e ne trascorrono. Or questo, come augusto non so che divino, lo credono i paesani sacro alla Vittoria; e riparandolo intorno con dei recinti, lo custodiscono come inaccessibile; perché niuno se ne accosti alle acque, se non in tempi periodici, nei quali sacrificandosi a norma della legge, quelli a cui si conviene, ascendono alla isoletta che vi si trova. Stesa è questa isoletta in diametro di circa cinquanta piedi: ma non emerge più che un piede sulle onde. Non è già fissa in se stessa; ma qua e là galleggia, dove spingela il vento: e genera erbe simili al butomo, e virgulti, quantunque non grandi. Ineffabile ne è lo spettacolo né secondo a meraviglia niuno per chi ha contemplato quanto opera la natura».
(Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, Libro I.15)
Un piccolo specchio d’acqua, grande poco più di un ettaro. L’isola che vagava sul lago che oggi conosciamo con il nome di Paterno, era «in diametro di circa cinquanta piedi»: una zolla erbosa di quasi 15 metri che «non emerge più che un piede sulle onde».
Scrive Dionigi d’Alicarnasso: «Non è già fissa in se stessa; ma qua e là galleggia, dove spingela il vento: e genera erbe simili al butomo, e virgulti, quantunque non grandi. Ineffabile ne è lo spettacolo né secondo a meraviglia niuno per chi ha contemplato quanto opera la natura».
Un prodigio. Per gli antichi quell’isoletta ornata di fiorenti piante acquatiche che quasi fluttuava sulle acque, appariva come uno spettacolo straordinario. E quindi divino.
Il fenomeno naturale non è nuovo. Si verificò anche sul lago di Bassano. E si ripete ancora oggi in un altro specchio d’acqua laziale molto ricco di calcare, a Posta Fibreno, nella valle del Liri, dove un minuscolo isolotto, formato da terra, torba e radici intrecciate, non a caso conosciuto come “La rota”, si sposta quando il vento soffia appena più forte.
Il nome di Cotilia e quello del lago dell’isola fluttuante tornano più volte nei racconti perduti degli antichi popoli del Mediterraneo attraverso la mitologica storia dei Pelasgi, il misterioso popolo che precedette gli Elleni e che intorno al 3000 a.C, abitava la Grecia, le terre del mar Egeo e parte dell’Anatolia.

Tutto nacque da una profezia, pronunciata a Dodona, tra i monti dell’Epiro, in un santuario consacrato a Zeus, dio del fulmine e re dell’Olimpo e a una primordiale e oscura Dea Madre, poi identificata con Dione, madre di Afrodite, divinità del cielo e della luce e anche dea della quercia, l’albero sacro per eccellenza, simbolo del vigore fisico e morale.
Dodona era la sede dell’oracolo più antico della Grecia primitiva. Precedeva anche quello ben più famoso di Delfi. Secondo il mito, un colombo partì dalla città egiziana di Tebe e dopo un lungo volo si posò su una quercia, proprio a Dodona: dall’alto di un ramo, l’uccello parlò e ingiunse agli abitanti di istituire un santuario dove si potesse “sentire” Zeus.

Quella voce dai monti dell’Epiro risuonò a lungo nel mondo antico. Omero ne parlò tre volte nell’Iliade e nell’Odissea. Anche Achille si recò in Epiro per pregare il re degli dei. L’eroe descrisse gli ascetici sacerdoti dell’oracolo di Dodona come «i melii dai piedi sporchi che dormono sulla nuda terra».
Ulisse, sotto la maschera di uno dei suoi tanti travestimentì, nel libro XIV dell’Odissea, parlando di se stesso, raccontò al porcaro Eumeo di quando Odisseo si mise in cammino verso il santuario per chiedere al dio quando sarebbe finalmente tornato a Itaca. Anche Enea si rivolse all’oracolo di Dodona. Lo stesso fecero gli Ateniesi durante la durissima guerra del Peloponneso.
Chi desiderava interrogare l’oracolo scriveva le sue domande su una tavoletta di piombo. I Selloi, sacerdoti esegeti di Zeus Dodoneo, interpretavano il volere divino ascoltando lo stormire delle foglie oppure soltanto seguendo con lo sguardo il volo degli uccelli.
La natura parlava. Lo faceva attraverso una pianta possente e cosmica, capace di mediare tra l’umano e il divino. Una quercia sacra. Terrestre e celeste insieme. E quindi albero di Zeus per eccellenza.
Quel linguaggio poteva essere compreso. Quella voce andava seguita. All’oracolo, in anni indefiniti, 14 secoli prima della venuta di Cristo, si rivolsero anche un gran numero di Pelasgi che abitavano quelle terre e altri territori Grecia antica. Erano costretti a lasciare quei monti dove le risorse non bastavano per tutti. Cercavano una nuova patria dove vivere.
Il vaticinio dell’oracolo di Dodona decise il loro destino: «Andate a cercare la terra dei Siculi, quella di Saturno e Cutilia degli Aborigeni, dove si muove un’isola…».
Alla fine dell’Età del Bronzo, ondate migratorie di pastori guerrieri partirono dall’Arcadia e dalla Tessaglia verso la penisola italica. I Pelasgi attraversarono l’Adriatico ed esplorarono i boschi e le terre selvagge di quel nuovo, sconosciuto e grande paese, che gli indigeni chiamavano Saturnia e i Greci indicheranno poi come Esperia, la terra d’Occidente. Tra i valichi dell’Appennino, seguendo la naturale strada di un fiume dalle acque fredde e veloci, giunsero fino a Cotilia e al lago sacro che oggi ha assunto il nome di Paterno. E videro l’isola fluttuante che, spinta dal vento, si spostava sulle acque.
La profezia dell’oracolo si era compiuta. La terra promessa era una valle fertile e ricchissima d’acqua: un porto sicuro, circondato da un mare d’erba, nel quale era bello fermarsi a vivere. Ma gli Aborigeni, che come dice la parola, già abitavano la fertile pianura del Velino, all’inizio videro in quegli stranieri armati un grave pericolo. I nuovi venuti, più numerosi, implorarono amicizia ed ospitalità. E mostrarono, in segno di pace, ramoscelli d’ulivo. Ma soprattutto offrirono le loro armi e la loro alleanza militare per combattere i Siculi e le altre genti che si contendevano quei territori. La terra del lago diventò così la patria comune di due popoli che nei secoli si mescolarono e che dalla valle del fiume Velino si dispersero presto nelle aree circostanti.
Le parole pronunciate a Dodona vennero incise con antichi caratteri su un tripode, il particolare altare votivo a tre piedi che veniva offerto agli dei. A Roma, secoli dopo, le frasi dell’oracolo erano ancora conservate nel tempio di Giove, dove racconta Dionigi d’Alicarnasso, il patrizio romano Lucio Mamio giurò di averle lette.
Sulle sponde del lago di Paterno, i Pelasgi, riconoscenti, dedicarono un altare a Saturno, il dio che per i Greci dava il nome a quella terra promessa che poi si chiamerà Italia. In suo onore, istituirono anche una festività solenne, che venne ritenuta dallo scrittore e astronomo Macrobio all’origine dei Saturnali, le celebrazioni romane nelle quali affondano le radici del moderno carnevale.
Domiziano, il terzo imperatore della dinastia sabina dei Flavi, le farà svolgere dal 17 al 23 dicembre, alla fine dell’anno agricolo. In quel periodo le regole sociali venivano sovvertite: in un mondo rovesciato Giove restituiva il potere a suo padre Saturno. Si passava dall’ordine al disordine. Tra orge, maschere e banchetti, tutto tornava sottosopra: per una settimana i padroni potevano essere trattati da schiavi e gli schiavi come i padroni. Le distanzi sociali erano abolite. E ogni licenza veniva permessa. Quasi un ritorno a un primitivo stato di eguaglianza fra tutti gli uomini.
Saturno, il nume celebrato nell’antica Cutilia e nel Latium Vetus, aveva generato Giove, re degli dei. Portava il nome occidentale di Kronos, la divinità ellenica del tempo che scorre. Zeus lo aveva scacciato. Ma Saturno rimaneva il dio primigenio delle semine e del grano, padre della mitica età dell’oro che precedette l’agricoltura.
Anche la prima Roma si chiamò Saturnia. Festo definì Saturni i primi abitanti della futura capitale del mondo. E l’altura del Campidoglio, sede dell’acropoli protostorica della “Città Eterna” e già abitata nella prima metà del secondo millennio a.C. veniva chiamata Monte Saturnio.
Un verso, il “saturnio”, il più antico d’Italia, era anche il metro usato negli oracoli che Fauno, antica divinità italica dei boschi, con i piedi e le corna di capra, usava nei suoi frequenti oracoli. Sposo di Marica, la potente divinità delle acque e delle selve, che generò Latino, futuro sovrano del popolo che da lui prese il nome.
Difensore delle greggi dagli assalti dei lupi, Fauno era lupo egli stesso. E per questo venerato anche come Lupercus e ispiratore dei due principali collegi sacerdotali romani, quello dei i Salii e quello dei Luperci, entrambi dedicati al culto iniziatico di Marte.
Del resto, a qualche decina di chilometri da Cotilia e dall’attuale lago di Parterno, nell’area sacra della perduta città aborigena di Tiora Matiena, un bellicoso Marte italico, vaticinava per mezzo di un picchio su un palo di quercia. Proprio come accadeva a Dodona, dove era però una colomba a intercedere tra l’umano e il divino. Il picchio, uccello sacro dei Sabini, degli Umbri e dei Pikentes (Piceni) ai quali poi darà il nome, era la voce con la quale il più importante dio delle genti italiche parlava a quel popolo di pastori e di agricoltori.
Per gli antichi italici Marte rappresentava quello che Apollo era per i Greci: un dio vaticinatore legato a un luogo magico nel quale sorgeva un’isola fluttuante. Come era già avvenuto a Delo, l’isola delle Cicladi dove, secondo il mito, Latona, in fuga dalla folle gelosia di Era, partorì Apollo e Artemide, figli di Zeus e divinità gemelle del Sole e della Luna.
Nel centro d’Italia, nella pelasgica Kwtiliai, che i Romani poi chiameranno Cutilia, in nome di Marte e sotto le insegne di un animale sacro, i Sabini e prima di loro gli Aborigeni, praticavano il Ver Sacrum (Primavera Sacra) il rito da cui nacquero, via via, gli antichi popoli italici.
Le generazioni nate a seguito di guerre o calamità, dopo le frequenti carestie o quando scarseggiava il cibo, venivano consacrate alla divinità. Tra il 1 marzo e la fine di aprile i giovani “sacrati” lasciavano le loro città per fondare nuove colonie.
Al momento della partenza i migranti si velavano il capo, con il gesto rituale delle vittime sacrificali. Poi si mettevano in marcia, alla ricerca di terre nuove da abitare o conquistare, dietro il totem di un animale “consegnato” al dio.
Così, nei veria sacra ordinati sulle sponde del lago di Cutilia, nell’Età del Ferro, presero forma le genti d’Italia: sotto l’insegna del picchio verde nacquero i Piceni, dal toro i Sanniti, dal lupo gli Irpini. E poi, via via, gli altri popoli che colonizzarono la penisola. Tutti nati nei mesi del risveglio della natura. Non a caso, Catone il Vecchio narrò di questa epopea che iniziò nella valle del fiume Velino in un libro intitolato Origines.

Dell’isola fluttuante, poi sacra a Vacuna, l’enigmatica divinità sabina delle acque, dei boschi e del riposo, che i Romani in seguito associarono anche alla dea militare della Victoria, scrissero anche Plinio e Tito Livio.
Seneca ammirò con i suoi occhi la piccola e meravigliosa isola natante durante un viaggio nelle terre reatine. E scrisse: «È spinta da una parte e dall’altra non solo dal vento, ma anche da una brezza leggera (…). Non resta mai né di giorno né di notte ferma in un luogo: a tal punto è mossa da ogni minimo soffio». Provò anche a descrivere la materia del fenomeno naturale: «Facilmente trasportabile e che non è quella propria di un corpo solido, benché nutra degli alberi». Insomma, un’isola fatta «di vento e di vuoto».
Plinio il Vecchio, descrivendo la Sabina esaltò le sue «roride colline». Una terra bagnata dalla rugiada, impregnata d’acqua, fonte primigenia di ogni forma di vita. E citando le parole di in un’opera perduta del grande reatino Marco Terenzio Varrone scrisse: «In agro Reatino, Cutiliae lacum in quo fluctuat insula Italiae umbilicum esse: M. Varro tradit». «Nella terra intorno a Rieti, c’è il lago di Cotilia nel quale fluttua un’isola».

Il tempo ha ormai cancellato l’isolotto della profezia pelasgica. Ma il lago di Paterno con le sue sorgenti che sprofondano nel sottosuolo, riporta ancora al sacro e alla memoria profonda del luogo primigenio delle primavere dei popoli che precedettero la civiltà romana.
«L’ombelico d’Italia». Non solo per la geografia, che lo pone al centro della penisola. Ma soprattutto per una storia affascinante che ha attraversato i secoli.
Fonti antiche
Marco Terenzio Varrone De lingua Latina, (lib.III, p.17)
Plinio il Vecchio, Naturalis historia (lib.II, c 96 – lib.III, 17)
Ambrosio Teodoro Macrobio, Saturnalia (lib. I e VII)
Seneca, Naturales quaestiones (lib. II c 25).
Tito Livio, Ab Urbe condita
Da leggere
Carandini, La nascita di Roma, Giulio Einaudi Editore, 1996.
Coarelli, Lazio – Guide Archeologiche, Laterza, 1982
Del Ponte, Dei e miti italici, ECIG, 1986.
Devoto, Gli antichi italici, Vallecchi, 1931.
Moscati, Così nacque l’Italia, SEI,1997.
Spoto, Italia arcana, Tipheret, 2011.





