Gli antichi popoli italici viaggiavano molto più di quanto possiamo pensare oggi. L’importanza dei traffici di terra è confermata dal fatto che la parola chiave del mondo dei commerci, cioè via, non è di origine latina, ma umbro-safina, come testimoniano i testi delle Tavole Iguvine: il termine è un prestito dal safino veha, in indoeuropeo *wegha, che vuol dire “la carrabile” (se fosse una voce latina autentica sarebbe vega).

Ancora più antica la parola che indicava un sentiero (indoeuropeo koeljo ”pista da trasporto”) in paleoumbro khalis e in latino callis, da cui l’italiano calle che indica la tipica, stretta strada veneziana incassata tra due file di edifici.
Del resto, che una rete viaria importante dovesse esistere ben prima della costruzione delle vie consolari romane è implicito nella definizione stessa di Età del Bronzo. Come è noto, il bronzo è una lega di rame (sempre in proporzione superiore al 70 per cento) e di stagno. I minerali di rame, come la calcopirite, la covellite, la cuprite e l’azzurrite erano diffusi in superficie anche nell’Italia del secondo millennio avanti Cristo.

Ma la cassiterite, minerale dello stagno, in epoca pre-storica non era reperibile in nessun territorio della penisola. Per procurarsela bisognava quindi affrontare lunghi viaggi e raggiungere miniere dislocate in regioni d’Europa molto distanti l’una dall’altra, oppure arrivare in Paflagonia, territorio costiero dell’Anatolia. Antiche miniere di cassiterite sono state individuate dai geologi in Macedonia, in Boemia, in Sassonia, in Bretagna, nel Cadore, nei pressi del lago di Costanza, nel Portogallo meridionale e in alcune aree delle isole britanniche.
Gli antichi popoli italici, come principale mezzo di trasporto per spostare le merci, usavano un carro a quattro ruote. I latini lo chiamavano pilentum. La parola è un prestito sabino (penlento) e ha una origine indoeuropea: pende-nt che vuol dire “tirante”.

