C’era una zona d’ombra, nella storia d’Italia. Un’ombra tanto più pregiudizievole in quanto condizionava la conoscenza delle prime vicende, quelle che videro la Penisola emergere dall’età preistorica e costituirsi, attraverso un travagliato processo che va all’incirca dall’VIll al II secolo a.C., in organica unità nazionale.
Di quel processo conoscevamo, è vero, i protagonisti, cioè i Romani; ma dei loro antagonisti, di coloro che si opposero senza fortuna alla conquista di Roma, sapevamo ben poco. Peggio: sapevamo quello che ci avevano tramandato i Romani. Donde una curiosa alterazione delle conoscenze, una ricostruzione del passato come fosse un fascio di luce progressivamente irradiato da Roma, fino a raggiungere i confini delle Alpi e del mare.
II che gioverà forse a una retorica nazionalistica, ma non certo alla scienza. Basta guardare l’insegnamento scolastico per rendersene conto. Quando si parla dei Latini, se non per dire che Roma li volle prima alleati e poi li vinse? Quando dei Sanniti, se non per ricordare l’offesa vendicata delle Forche Caudine? C’era finora, è vero, un’eccezione a questo assurdo stato di cose: gli Etruschi. Di costoro si sapeva e si parlava, anche nei libri di scuola, con qualche dato che andava oltre il preminente interesse allo scontro con i Romani. Ma l’eccezione confermava la regola, anzi rendeva il contrasto ancor più stridente, quasi che oltre l’Etruria vi fosse il vuoto. E del resto, quante fantasie, quante incongruenze, quanti luoghi comuni intorno al cosiddetto «mistero» etrusco! Anche in questo caso, dunque, si era ben lontani da una corretta impostazione storica.
Negli anni recenti, un grandioso succedersi di scoperte archeologiche ha profondamente mutato la situazione. Da un capo all’altro d’Italia, le genti non romane che abitarono la Penisola nella più antica fase della storia sono riemerse in piena luce con le testimonianze di una cultura e di un’arte che furono sì varie e difformi, ma pur vive, fiorenti, legate a tratti da ricordi significativi. E se è vero che su quelle genti stese un velo di uniformità la conquista, è pur vero che ne sopravvisse la memoria nel mondo romano, che ce ne ha tramandate a suo modo le testimonianze. Esiste una ragione, o più ragioni, del concentrarsi negli ultimi anni di tante scoperte? In parte le dobbiamo all’avanzamento quasi prodigioso delle tecniche di ricerca, giunte al punto di individuare ciò che giace sotto la terra mediante l’indagine elettromagnetica o la fotografia dai satelliti, senza neppure un colpo di piccone. In parte v’è ormai una più avanzata coscienza storica, con l’attenzione posta a fuoco sulle zone d’ombra oltreché su quelle di luce, sui vinti oltreché sui vincitori. E soprattutto, non si scava solo per cercare oggetti, bensì per risolvere problemi. Consideriamo, dunque, le maggiori scoperte del nostro tempo sulle antiche genti italiche; e valutiamole prima ciascuna nel proprio ambiente, poi tutte nel quadro d’insieme che concorrono a trasformare. Si vedrà, via via, che la trasformazione è grandiosa. Bisogna riscrivere i libri di storia, e non è poco. Ma soprattutto bisogna cambiare mentalità, ravvisare nell’Italia antica uno straordinario mosaico di genti e di culture, in parte venute dall’estero e in parte emerse nella Penisola alla luce della storia.
L’unificazione romana, allora, apparirà quasi una parentesi nella dominante realtà di un mondo disperso e frammentario, quasi un caleidoscopio che pur offre nella visione d’insieme un fascino inarrivabile.
*Testo tratto da “L’Italia prima di Roma”, monografia di Archeo, n.2 2012. www.archeo.it

