Siculi

Indoeuropei italici e indigeni di età neolitica italicizzati. Le genti passate alla storia con il nome di Siculi erano certamente di lingua indoeuropea.

Storia e origini

Giunsero nella penisola italica tra il III e il secondo millennio a.C., poco prima o poco dopo quelli che poi diventeranno i Latini, insieme ai Falisci e ai Veneti. Furono i primordiali abitanti dell’antico Lazio e di altre aree dell’Italia centrale, prima di essere aggrediti ed espulsi dai loro territori originari dagli Umbri, gli Aborigeni (i futuri Latini) e i Pelasgi.
Guerre continue e migrazioni a catena li sospinsero nella Sicilia orientale almeno un migliaio di anni prima di Cristo. I racconti mitologici sono confermati dai relitti dell’onomastica sicula e dalla ricchezza degli scavi archeologici, soprattutto quelli effettuati nell’area intorno a Milazzo che hanno fatto emergere chiare testimonianze dell’arrivo nell’antica Trinacria di popolazioni provenienti dalla penisola portatrici di una cultura materiale di tipo subappenninico.
Quando i Greci, intorno al 734 a.C., iniziarono a costruire nuove città sulle coste siciliane, trovarono quindi una terra già abitata da almeno tre diverse etnie, di lingua, cultura e religione differenti: gli Elimi che occupavano le zone costiere dell’attuale provincia di Trapani, i Sicani stanziati al centro del territorio e i Siculi che vivevano nella fertile parte orientale. Proprio con il nome di quest’ultimo popolo i coloni ellenici chiamarono la splendida isola posizionata al centro del Mediterraneo: Sikelia (Σικελία), la terra dei Siculi.

Di un popolo dal nome simile già si parlava nelle terre che si affacciano sul Mediterraneo e anche oltre. Un testo accadico babilonese di Ugarit, una famosa città portuale che sorgeva sulle coste del nord della attuale Siria, già nel XII secolo descriveva con il nome di ši-ka-la-iu-ú delle genti esperte nell’arte della navigazione. Ma a usare per primo il termine Σικελόι, cioè Siculi, fu Tucidide che nel V sec. a.C. ricostruì la successione delle popolazioni in Sicilia, nel VI libro della sua Storia della guerra del Peloponneso. Il grande storico, come molti altri autori classici, li riteneva originari della penisola italica. Sarebbero stati ricacciati in Sicilia dal popolo degli Opici quando sulla parte occidentale dell’isola erano già sbarcati gli Elimi e quindi dopo la caduta di Troia. I Siculi sconfissero i Sicani e abitarono la parte orientale della Sicilia per quasi trecento anni, prima della grande colonizzazione greca.
Ellanico di Lesbo (490 a.C. – 420 a.C) fissa invece la grande migrazione sicula a tre generazioni prima della guerra troiana: secondo lo storico greco, nel breve arco di cinque anni ben due flotte avrebbero attraversato l’attuale Stretto di Messina: la prima composta da Elimi in fuga dagli Enotri; la seconda formato da genti che lui identifica con gli Ausoni, respinti dagli Iapigi, antichi abitanti dell’attuale Puglia. Il mitico re di queste antiche genti italiche sarebbe stato un condottiero di nome Sikelòs che avrebbe ordinato ai suoi seguaci di stabilirsi nella regione dell’Etna.
Lo storico Diodoro Siculo aggiunge che la colonizzazione dei Siculi nella Sicilia orientale sarebbe stata favorita da una eruzione dell’Etna che aveva costretto i Sicani a liberare un vasto territorio. A questa situazione seguirono vari conflitti armati, prima della stipula di alcuni trattati che definirono la frontiera tra le terre dei due popoli. Secondo Antioco di Siracusa (nato nel 460 a.C.) i Siculi giunsero in Sicilia trecento anni prima dell’arrivo dei Greci (intorno al 1050 a.C). A suo avviso la popolazione condotta sull’isola da Sikelòs sarebbe stata affine agli Enotri in base ad presunta parentela di Sikelòs con Italos che sarebbe stato suo fratello o addirittura suo padre. Dionigi di Alicarnasso (1,12) riporta il favoloso racconto del primo storico greco d’Occidente: «La regione, che ora chiamasi Italia, anticamente tennero gli Enotri; un certo tempo il loro re era Italo, e allora mutarono il loro nome in Itali; succedendo ad Italo Morgete, furono detti Morgeti; dopo venne un Siculo, che divise le genti, che furono quindi Siculi e Morgeti; e Itali furono quelli che erano Enotri». Solino, geografo latino, scrive che i Siculi erano tra le più antiche popolazioni dell’Italia insieme agli Aborigeni (antenati dei Latini), gli Aurunci, i Pelasgi e gli Arcadi.
Per Marco Terenzio Varrone di sicuro erano originari del Latium Vetus: lo scrive nel De lingua latina sottolineando le evidenti somiglianze tra la lingua dei Siculi e quella dei popoli latini.

Rufio Festo magister memoriae dell’imperatore d’Oriente Valente (IV secolo) racconta la fuga dei Siculi dal Septimomium, il sito primigenio della futura Roma al sopraggiungere dei bellicosi Sacrani (o Sabini). E Plinio il Vecchio (Naturalis Historia 3, 56), confortato da Virgilio, considera i Siculi tra i più antichi abitatori del Latium Vetus: furono scacciati militarmente dal territorio attorno al XV secolo: «I suoi abitanti mutarono spesso, avvicendandosi nel corso del tempo: Aborigeni, Pelasgi, Arcadi, Siculi, Aurunci, Rutuli…». Dionigi di Alicarnasso ne racconta nel dettaglio le traversie: i primi a combatterli furono gli Umbri. E poi i Pelasgi, protogreci, che si allearono con gli Aborigeni per scacciarli dalla regione. Sia Dionigi che Marco Terenzio Varrone sostengono che la spedizione pelasgica contro l’ethnos siculo sia nata in terra d’Epiro, dall’esito dell’oracolo di Dodona contro la “Saturnia dei Siculi” (la terra del Lazio allora dominata dai Siculi): «Andate in cerca della terra Saturnia dei Siculi e degli Aborigeni, Cotilia, dove galleggia un’isola; quando l’avrete raggiunta, offrite la decima a Febo e sacrificate teste ad Ade e un uomo al padre suo». Dionigi cita anche una prova andata perduta: l’iscrizione sul tripode che celebrava la mitica spedizione dei Pelasgi nella valle del Velino venne descritto da Lucio Manlio, un noto senatore romano, che la vide con i propri occhi. Dionigi parla anche dei Siculi come la prima popolazione che abitò l’area intorno ad Alba Longa, città “madre” di Roma. Erano in origine sicule alcune località diventate pelasgiche e poi sede di altri popoli, come Antemnae, Falerii, Fescennium, Pisae e Saturnia. Dionigi scrive che anche ai suoi tempi a Tibur (l’attuale Tivoli) ancora esisteva un quartiere chiamato “Siculo”.

Ma il passo più interessante delle Antichità romane (1, 9, 1) è quello dedicato alle origini di Roma: «Si dice che i più antichi abitatori della città, che ora è abitata dai Romani e che domina la terra e il mare, siano i Siculi, e cioè una popolazione barbara e autoctona. Nessuno invece è in grado di affermare con certezza se prima di costoro questa città fosse occupata da altri o fosse disabitata. Il popolo degli Aborigeni ne prese possesso dopo lunga guerra, dopo averla strappata ai precedenti possessori». Barbari e autoctoni dunque. A questo proposito appaiono illuminanti gli studi linguistici più recenti che hanno esplorato il nome stesso dell’antico popolo italico. Il glottologo Augusto Ancillotti, massimo traduttore delle Tavole di Gubbio, spiega che Sikeloi è un adattamento di un termine paleoumbro: sekelo, in indoeuropeo Sek elo. Può essere tradotto con la parola “seguace” per identificare i membri di quelle Gefolgschaften, “le compagnie di seguaci”, che erano molto diffuse nelle culture europee fin dalla preistoria.

Di cosa parliamo? Di orde giovani maschi che usciti dalle loro comunità di origine, erano comunque legati da un patto di fratellanza e da una devozione comune verso un capo carismatico. Era gruppi nomadi, fondati su una economia di rapina, pronti a depredare chiunque meno la comunità dalla quale provenivano. Ecco quindi che il latino in seguito parlato a Roma si delinea come la lingua di bande di “seguaci”, che si spostavano lungo i territori del Latium Vetus come dei veri e propri avventurieri. Forse fuoriusciti da qualche comunità latina. Quei Siculi descritti da Dionigi di Alicarnasso nelle sue Antichità romane (I,9): «Sikeli e cioè una popolazione barbara e autoctona…».

Parlando della fondazione di Roma Dionigi aggiunge: «Il popolo degli Aborigeni ne prese possesso dopo…». Mancavano le donne per costituire una etnia. Facendo proprie le femmine locali (quelle della comunità sabina) alcuni seguaci di Romolo, i Sikeli “fuggiaschi” e “avventurieri” si insediano in un luogo e danno vita, mescolati ad altre etnie, ad un popolo nuovo. Ma già da qualche centinaio di anni, secondo Dionigi dopo la presa di Troia (il racconto mitologico la fissa al 1184 a.C.) la gran parte dei Siculi, sotto la pressione degli Aborigeni, sarebbe migrata attraverso il mezzogiorno d’Italia fino ad attraversare l’attuale stretto di Messina.

L’affinità tra la lingua sicula e quella latina traspare in modo evidente dalla più lunga iscrizione in siculo. Risale al V secolo a.C. É stata trovata a Centuripe, in provincia di Enna, sul bordo esterno di un askos (vaso schiacciato) oggi conservato in Germania, all’interno del museo archeologico di Karlsruhe. L’alfabeto utilizzato è greco. La scrittura procede da destra a sinistra. A parlare verso un certo Nanus, non è una persona ma il vaso stesso: «Un amico dona me, il vaso. Io sono cosa tua, o Nano. Poiché sono un dono, tuo è il possesso. Ma gli eredi non pongano qui dentro del vino cotto». La maggior parte delle parole del testo hanno chiare origini italiche. E sorprende la stretta parentela con il latino che si riscontra nel caso vocativo in -e di Nanus e nella parola eredes pressoché identica a quella latina: heredes. L’unica epigrafe sicula di natura pubblica finora conosciuta è invece incisa su un blocco di arenaria murato sul vano della porta meridionale di Mendolito, una contrata dell’odierna Adrano (Catania). Risale al VI secolo a.C. Solo due righe, ad andamento sinistroso. Ma il testo è ancora di controversa interpretazione.

Artigiani abili con il ferro e la ceramica, coltivatori di cereali, di ulivi e di viti, allevatori di pecore e maiali e produttori di formaggi. Quel che sappiamo della vita quotidiana dell’antico popolo è desunto dai risultati degli scavi archeologici. I riti funebri erano celebrati con grande cura: i defunti venivano sepolti all’interno di tombe “a grotticella” scavate sulle pareti rocciose. Ne sono state ritrovate migliaia a Pantalica (Siracusa), le cui necropoli rupestri sono state dichiarate “Patrimonio dell’umanità” dall’Unesco. I Siculi onoravano i Palici, due gemelli che il mito fa nascere da Zeus e dalla ninfa Talia, protettori della navigazione e dell’agricoltura. Il loro nome vuol dire “venuti al mondo due volte”: prima dalla propria madre e poi dalla terra. Talia, rapita da Zeus, per sfuggire alle persecuzioni della gelosissima Era, fu costretta a rifugiarsi sotto terra per generare i suoi figli. Il simbolo del culto delle divinità gemelle ctonie (sotterranee) erano dei piccoli laghi tra Palagonia e Mineo, formati dalla fuoriuscita di acqua bollente proveniente dai geyser. Il santuario dei Palici era anche un luogo di oracoli e di asilo per gli schiavi. Chi infrangeva i giuramenti poteva essere punito con la cecità o la morte. Proprio lì, racconta infatti Diodoro Siculo, veniva praticata una sorta di ordalia, un giudizio divino affidato al responso delle ribollenti acque sulfuree. Al vertice della società sicula spiccava una aristocrazia di capi guerrieri che governava villaggi che sorgevano in collina o sui monti più interni dell’isola: erano formati da capanne circolari, ellittiche e più tardi anche quadre, di leggerissima costruzione, erette con i rami degli alberi, le canne e la paglia.

I Siculi, come del resto i vicini Sicani, furono sempre ostili ai Greci dei quali però assorbirono in fretta la cultura. Le loro città, fieramente indipendenti l’una dall’altra, furono facilmente sottomesse dai coloni ellenici.
La storia dei Siculi registra però anche una grande rivolta che però non ebbe un esito duraturo. La guidò Ducezio, un capo carismatico, a metà del V secolo a.C. L’eghemòn dei Siculi nacque da una famiglia aristocratica intorno al 488 a.C. nella Sicilia sud orientale, forse a Menai (oggi Mineo) oppure a Neai (l’odierna Noto). L’appellativo con cui è passato alla storia non era il suo vero nome: lo ricordarono così i Greci, suoi acerrimi nemici, per sottolinearne il fascino egemonico. La radice ellenica del nome significa infatti “Colui che ha detto”: la parola Douketios in greco antico indica un “capo” o una “guida”. La sua storia va quindi inquadrata all’interno delle lotte per l’egemonia fra le città fondate dai sicelioti (i coloni greci) nella parte orientale dell’isola: Zancle, Naxos, Leontinoi, Katane, Syrakousai, Megara Hyblaea e Ghelas.

Non era raro che guerrieri siculi e sicani venissero ingaggiati come mercenari dai tiranni dei principali centri greci. Accadde che Ducezio si schierasse al fianco di alcuni siracusani insorti contro il crudele Trasibulo. Cacciato il tiranno, Siracusa instaurò un governo democratico. E le città ed i territori sottratti ai Siculi vennero restituiti agli abitanti locali. Prese corpo allora il progetto di Ducezio di unificare le città sicule e creare un potente stato indipendente in grado di competere con le città greche. La svolta arrivò nel 459 a. C., con la conquista di Morgantina, una ricca città fondata dai Morgezi del Bruzio e poi colonizzata dai Greci. Ducezio unì sotto il suo comando una lega militare che comprendeva tutte le città sicule ad eccezione di Ibla.

Capitale della lega, chiamata Syntèleia, fu una nuova città, Palikè. fondata su un’altura, vicino a due laghi sulfurei dove si trovava l’antico santuario degli dei Palici, le divinità indigene che ispirarono il nome del nuovo centro politico e religioso. Nel 460 Ducezio fu eletto re della Syntèleia. La guerra contro Akragas e Siracusa divenne inevitabile. Ma Ducezio conquistò nuovi territori come Etna, la colonia militare fondata dai Greci del tiranno Gerone, l’importante roccaforte di Motyon (vicino a San Cataldo, nel Nisseno) e il castello di Mozio, in terra di Agrigento. 

In uno scontro epico, proprio sotto le mura di Paliké, l’esercito siculo sbaragliò gli eserciti alleati di Siracusa e Agrigento guidati dal generale siracusano Bolcone che al ritorno in patria venne accusato di tradimento e condannato a morte. La sconfitta decisiva di Ducezio arrivò nel 450 a.C. quando l’esercito della Syntéleia venne travolto dalle truppe di Siracusa e Agrigento: molti soldati siculi vennero fatti prigionieri, molti altri si arresero ai vincitori, altri ancora fuggirono verso le zone più interne dell’isola. Sconfitto e abbandonato dai suoi, Ducezio si esibì in un gesto clamoroso: nottetempo entrò da solo a Siracusa e al mattino si fece trovare inginocchiato nella pubblica piazza davanti agli altari sacri agli dei. Un atto dignitoso e umile che, secondo la leggenda, portò l’assemblea degli anziani che governava la città a non ucciderlo e a ordinare soltanto il suo esilio a Corinto. Siracusa inglobò proprio allora tutta la ricca parte meridionale dell’isola, compresa la piana intorno a Catania.

Tre anni dopo, Ducezio ottenne di tornare in Sicilia. E fondò una nuova città Kale Akte (“bella spiaggia”) sulla costa settentrionale dell’isola, tra Cefalù e Milazzo. Provò anche a riorganizzarsi per riprendere il potere sui Siculi ma nel 440 a.C. morì all’improvviso. Aveva 48 anni. 

Bibliografia

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