Sardi
L’identità dei Sardi si è formata attraverso millenni di migrazioni, scambi commerciali e scontri militari. I primi flussi migratori interessarono l’isola sia da Oriente che da Occidente.
Storia e origini
Cinquanta secoli fa arrivarono sull’isola che oggi chiamiamo Sardegna gruppi sparsi di agricoltori neolitici. Dal punto di vista genetico erano affini alle genti che vivevano in Iberia e sulle coste della Francia meridionale. Furono i primi abitanti di un territorio che secondo gli archeologi era rimasto quasi spopolato per circa un millennio.
La parola “Sard”, che ha dato il nome alla regione, appartiene al substrato linguistico preindoeuropeo. La più antica testimonianza scritta dell’etnonimo è riportata sulla Stele di Nora, un blocco in pietra arenaria scolpito in alfabeto fenicio che risale al IX secolo a.C. Šrdn (Shardan) è la parola con la quale gli antichi mercanti fenici poi indicarono l’isola. Secondo il Timeo, uno dei più famosi dialoghi di Platone, scritto intorno al 360 a.C. gli antichi abitanti della Sardegna, i “Sardonioi” o “Sardianoi” (Σαρδονιοί or Σαρδιανοί), furono chiamati così da “Sardò” (Σαρδώ), il nome di una leggendario personaggio femminile di Sardi, un’antica città dell’attuale Turchia che nel VII secolo a.C. divenne la capitale del regno di Lidia. A detta di Pausania e anche di Sallustio, i Sardi discenderebbero invece da un mitologico figlio libico di Ercole o Makeris. Questo Sardus Pater Babai (“Padre Sardo” o “Padre dei Sardi”), avrebbe poi dato il suo nome all’intero territorio.
I primi flussi migratori interessarono l’isola sia da Oriente che da Occidente, fino al Neolitico. Queste genti erano dedite alla pastorizia e all’agricoltura. A partire dal III millennio iniziarono a lavorare con abilità crescente sia il rame che l’argento. Ma conoscevano anche l’arte della navigazione che permise loro di tessere contatti sia commerciali che culturali con gli altri popoli del Mediterraneo. La testimonianza più straordinaria di queste culture è giunta fino a noi grazie alle domus de janas, delle tombe preistoriche scavate nel granito e nella pietra lavica, disseminate (sono almeno 3500) in tutta l’isola, ad eccezione della Gallura, dove i defunti venivano invece sepolti in circoli megalitici.
Le più antiche domus de janas, localmente conosciute come “case delle fate” risalgono al IV millennio a.C. Sono associate a villaggi e a luoghi di culto. Alcune sono decorate con pitture e sculture, spesso raffiguranti teste di toro, simbolo della vita e di una primigenia forza generatrice. Rappresentano la più ampia e ricca manifestazione di architettura funeraria ipogea nel Mediterraneo occidentale. E l’Unesco nel 2025 le ha riconosciute come Patrimonio mondiale dell’Umanità. A questa fase storica risalgono numerosi menhir e i dolmen, che collegano la più antica realtà isolana in relazione con la vasta preistoria dell’Europa atlantica e settentrionale. Altre steli mostrano guerrieri armati e misteriose figure femminili.
Intorno al 2000 a.C. circa anche in Sardegna apparve la “Cultura del vaso campaniforme”, diffusa all’epoca in quasi tutta l’Europa occidentale, a cui seguì la “Cultura di Bonnanaro” (1800 a.C. – 1600 a.C.). Nuove popolazioni arrivarono sull’isola e si mescolarono ai residenti. Una fase cruciale per la storia della Sardegna antica. I ceti dominanti diffusero culti diversi e anche nuove tecnologie. Giovanni Lilliu, padre dell’archeologia sarda scrive: «L’’introduzione del bronzo portò notevoli miglioramenti in ogni campo. Con la nuova lega di rame e stagno (o arsenico) si otteneva infatti un metallo più duro e resistente, adatto a fabbricare attrezzi agricoli, ma soprattutto si prestava alla forgia di armi migliori, da utilizzare sia per la caccia che per la guerra. Ben presto in Sardegna, terra ricca di miniere, si costruirono fornaci per la fusione delle leghe che da esperti artigiani venivano lavorate abilmente dando vita ad un fiorente commercio verso tutta l’area mediterranea, in particolare verso quelle regioni povere di metalli». Molti studiosi identificano i Sardi della fase avanzata della Età del Bronzo (1300-1100 a.C) con gli Shardana (o Sherden), uno dei “Popoli del Mare” citati nelle fonti egizie tra il XIV e il XII sec. a.C.): pirati e guerrieri formidabili, servirono come guardia personale di Ramses II ma combatterono anche contro diversi faraoni. Altre teorie collegano gli Shardana alla tribù biblica di Dan, suggerendo che dopo varie peregrinazioni nel Mediterraneo orientale possano aver stabilito legami commerciali con i Fenici.
Con il prosperare dei commerci le armi, i prodotti della metallurgia e le ceramiche sarde, via via più raffinate raggiunsero ogni angolo del Mediterraneo, dalle coste siro-palestinesi a quelle spagnole e del sud della Francia. Nur nella lingua paleo sarda indica un cumulo o una cavità. Dopo le piramidi egizie, i nuraghi sono fra le costruzioni preistoriche di maggiore altezza conosciute nel bacino del Mediterraneo: potevano infatti superare anche i 20 metri per 10 metri di diametro. Rappresentavano il cuore del potere e del controllo sociale. E avevano molteplici funzioni: abitazioni per le élites, fortezze comuni in caso di attacco militare, luoghi di culto e osservatori privilegiati per il controllo del territorio. Oggi sono censiti circa 7000 nuraghi disseminati in tutto il territorio dell’isola. Sono composti da una o più torri. Erano circondati da veri e propri villaggi formati da capanne circolari costruite con muri a secco e tetti di legname o paglia simili alle attuali pinnettas o barracos degli attuali pastori sardi. Con il prosperare dei commerci le armi, i prodotti della metallurgia e le ceramiche sarde, via via più raffinate raggiunsero ogni angolo del Mediterraneo, dalle coste siro-palestinesi a quelle spagnole e del sud della Francia.
La “Civiltà nuragica” si sviluppò nel periodo che va dal 1800 a.C. sino al III sec a.C., abbracciando Età del Bronzo, Età del Ferro ed Epoca Storica. Un lungo periodo di 16 secoli che rappresenta l’apice dell’autonomia della Sardegna, caratterizzato da una profonda comunanza culturale. La società nuragica, patriarcale e teocratica, era dominata da una aristocrazia guerriera che richiama alla mente altre antiche civiltà, come quella minoica e micenea. Una “società di capi” organizzata in clan e segnata dalle figure di una serie di eroi fondatori come Norax, Sardus, Iolaos e Aristeus: condottieri mitici e dei, allo stesso tempo.
Una grande quantità di bronzetti, realizzati con la tecnica della “cera persa” e raccolti nel corso di centinaia di scavi archeologici, descrive nei dettagli una società votata alla guerra, complessa e ben organizzata, gestita da capiclan rappresentati con i simboli del comando militare (un bastone da pastore simile a uno scettro e un grande mantello) fino ai soldati, divisi tra arcieri e fanti, con uniformi differenziate, scudi forniti di spade di scorta ma anche coltelli da lancio, parastinchi uncinati e guantoni metallici da usare per una estrema lotta corpo a corpo in battaglia. I bronzetti descrivono anche artigiani, contadini, lottatori e donne dai lunghi capelli. Anche gli uomini ostentano lunghe trecce che ricadono a destra e a sinistra di volti rasati e teste coperte da calotte in cuoio.
I luoghi destinati alle sepolture sorgevano nei pressi dei villaggi che circondavano gli imponenti nuraghi. I monumenti funerari in pietra potevano raggiungere anche i 30 metri di lunghezza. Per questo sono passati alla storia come “Tombe dei giganti”. Sono i sepolcri collettivi di una società che invece, per una sorta di contrappasso della storia, era gerarchica in tutte le sue espressioni. Scavati nel terreno o nella roccia, i sepolcri mostrano una pianta a forma di testa di toro, simbolo antico di fertilità e di rinascita. Le enormi tombe venivano costruite partendo da un vasto ambiente rettangolare dotato di una copertura piatta. La parte posteriore veniva chiusa da una sorta di abside e quella anteriore terminava con una stele che si affacciava su un’esedra, lo spazio architettonico semicircolare che serviva alle cerimonie pubbliche per onorare i defunti. Le ricerche archeologiche hanno stabilito che solo a partire dal 1150 a.C. la sepoltura individuale sostituì l’inumazione collettiva.
I sacerdoti occupavano un posto speciale al vertice di una società che era legata in particolare al culto delle acque: venivano raccolte all’interno di pozzi sacri, templi a pozzo formati da un vestibolo destinato alle cerimonie, una scala e un altro ambiente coperto da una sorta di cupola (tholos). Il popolo dei nuraghi condivideva con la civiltà minoica anche il culto per la Grande Madre, una divinità femminile primordiale, che rimanda al simbolismo materno della nascita, della fertilità, della creatività e della sessualità, presente, in forme molto diversificate, in una vasta gamma di culture e popolazioni di varie aree del mondo antico. Entrambi i popoli veneravano anche il toro, protagonista della tauromachia e della leggenda cretese del Minotauro. In Sardegna, come a Creta, si praticava l’arte del pugilato, esercitata, già allora, con l’uso dei guantoni. Ma la vicinanza culturale fu spesso interrotta dai conflitti. Come quello citato da Plutarco che nelle sue Quaestiones Graecae scrive di sanguinosi assalti di guerrieri Tirreni e Sardi all’isola di Creta.
Rapporti coi Fenici
Di certo i Sardi subirono gli influssi di civiltà più evolute (quelle dei Micenei, dei Fenici e degli Etruschi) ma utilizzarono e svilupparono queste nuove conoscenze per costruire un loro originale percorso culturale.
La civiltà nuragica continuò a prosperare anche quando le coste dell’isola vennero via via abitate da altri popoli. I Fenici, che partivano dalle coste dell’attuale Libano, iniziarono a sbarcare sulle coste della Sardegna già dall’XI sec. a.C., attratti sia dalla posizione favorevole dell’isola, al centro del Mediterraneo occidentale, sia dalle sue grandi risorse minerarie.
I rapporti commerciali con i Fenici furono così intensi che ben presto da questi approdi, trasformati presto in empori commerciali, nacquero delle vere e proprie città: sorsero così Karalis, Nora, Bithia, Sulcis, Tharros, Bosa, Olbia e Torres. La colonizzazione fenicia fu in gran parte pacifica. Ma intorno alla metà del VI secolo a.C. esplose un aspro conflitto tra Fenici e Punici, individui di fatto figli dello stesso modello politico ed economico ma impegnati in una guerra senza quartiere per il controllo economico delle rotte commerciali.
Nell’area sarda i “Fenici di Cartagine” ebbero la meglio anche grazie ad un accordo politico e militare siglato con gli Etruschi: la nuova alleanza ebbe importanti ripercussioni in tutto lo scacchiere mediterraneo. La ribellione dei guerrieri nuragici, alleati dei Fenici, fu fortissima.
Lo storico romano Marco Giuniano Giustino (Epitoma Historiarum Philippicarum, XIII, 7) racconta che nel 540 a.C. l’esercito del grande generale cartaginese Malco venne spazzato via dai Sardi in una epica battaglia. Fu allora che in Sardegna arrivò per la prima volta la malaria, una malattia fino ad allora sconosciuta ma giunta sull’isola insieme con le truppe puniche con le zanzare anofele. La dura sconfitta portò a una sanguinosa lotta di potere nella stessa Cartagine: Malco venne esautorato da Magone I, considerato il vero fondatore della futura potenza punica. Il re di Cartagine organizzò una seconda spedizione navale contro i Sardi guidata dai suoi due figli, Asdrubale e Amilcare. Asdrubale, ferito a morte, perse la vita dopo aver passato il comando al fratello. Amilcare dopo lunghi e aspri conflitti domò la resistenza anti cartaginese e nel 510 a.C. si impossessò della Sardegna costiera, delle miniere di Iglesias e delle pianure meridionali dell’isola, strategiche per la copiosa produzione di grano.
Nel 509 anche Roma riconobbe il possesso punico dell’isola. I guerrieri nuragici si rifugiarono nelle zone interne dell’isola. Scrive Pausania: «I Cartaginesi nel periodo in cui erano potenti per la loro flotta, sottomisero tutti coloro che si trovavano in Sardegna ad eccezione degli Iliesi (localizzati nel Marghine e nel Goceano) e dei Corsi (in Gallura), per i quali fu sufficiente la protezione delle montagne per non essere asserviti…». In ogni caso, le rivolte continuarono, in modo incessante: nel 368 a.C. dopo quasi un secolo di presenza cartaginese scoppiò l’ennesima ribellione. La guerriglia che ne seguì continuò per decenni. I Cartaginesi arrivarono a un relativo controllo della Sardegna solo nel 348. La potente flotta punica attuò un blocco navale su tutti i porti, a sud e a nord dell’isola e iniziò un lento strangolamento economico della civiltà nuragica che entrò così in una fase di decadenza senza ritorno (II secolo a.C.).
Il passaggio della Sardegna sotto il dominio cartaginese accentuò l’integrazione tra Sardi e Fenici. I Cartaginesi conquistarono tutta l’isola tranne la zona montuosa orientale. Eressero anche tutta una serie di fortificazioni e crearono nuove città nella parte meridionale dell’isola come Neapolis (Guspini) e Cornus (nei pressi di Cuglieri). Rimasero in Sardegna per quasi tre secoli, sino a quando, sconfitti dai Romani nella prima guerra punica, dovettero cedere la Sardegna ai nuovi conquistatori (238 a.C.).
Rapporti coi Romani
I Romani colonizzarono l’intera isola. Ma impiegarono più di 150 anni per riuscire a sottomettere le tribù nuragiche più bellicose dell’interno. Le rivolte non cessarono neppure quando la Sardegna, insieme alla Corsica, divenne una provincia romana governata da un pretore (227 a.C.).
Una figura centrale nella guerra contro i Romani fu Ampsicora, un latifondista sardo che nel 215 a.C. durante la seconda guerra punica (219 a.C.-202 a.C.) guidò una rivolta armata contro Roma che imponeva nuove tasse per sostenere l’estenuante guerra contro Annibale. I rivoltosi si schierarono apertamente con Cartagine, che rispose alla richiesta di aiuto inviando in Sardegna un esercito guidato da Asdrubale, detto il Calvo. Ma il console romano Tito Manlio Torquato trionfò in due cruciali battaglie. Nel secondo e decisivo scontro, a Decimomannu, morirono 12mila soldati dell’esercito sardo-cartaginese. E Ampsicora si diede la morte al termine della battaglia. Prima della completa assimilazione, delle quasi trenta tribù figlie della civiltà nuragica, erano di fatto rimaste tre principali etnie: i Balari che abitavano il nord ovest, i Corsi, stanziati in Gallura e nella vicina Corsica e gli Iliensi che occupavano il centro, il sud e le zone montuose orientali dell’isola.
Strabone conferma la forza e sopravvivenza della cultura nuragica anche in epoca romana: racconta infatti che alcuni capi militari disperando di domare i Sardi in campo aperto, preferivano tendere loro degli agguati, approfittando del costume di «quei barbari» di radunarsi dopo grandi razzie, per celebrare tutti insieme le loro vittorie.
I Romani imposero anche l’arrivo di nuovi immigrati dalla penisola italica (Campani, Falisci, Apuli e Siculi) e la nascita delle colonie di Porto Torres (Colonia Iulia Turris Libisonis) e Usellus. L’isola così si popolò di migliaia di legionari, ausiliari, schiavi e liberti oltre che di armatori e di mercanti provenienti da tutte le aree della penisola. La convivenza fra gli indigeni e i nuovi immigrati rimase difficile per secoli. La resistenza fu fortissima e sanguinosa soprattutto in Barbagia (chiamata Barbaria in latino, proprio a causa del rifiuto degli abitanti di essere assimilati ai costumi degli invasori). Il resto dell’isola fu però “romanizzato” in modo profondo: non a caso il moderno idioma dei sardi è considerato una delle lingue romanze più conservative rispetto al latino.
Nel 212 d.C. come ogni altro popolo dell’Impero, anche i Sardi ottennero la cittadinanza romana con la Constitutio Antoniniana promulgata da Caracalla. Per ironia della sorte, fu proprio Cicerone, il più celebre degli oratori romani, a riconoscere per primo una nazione (natio) propria dei Sardi. Lo fece nel corso di un processo nel quale difendeva Scauro, governatore disonesto dell’isola. Dalla Sardegna arrivarono a Roma più di cento testimoni per sostenere le ragioni dell’accusa. Cicerone li ricusò tutti come inaffidabili perché apparivano identici: per la carnagione scura («unus color»), per le idee politiche comuni («una mens») e per l’incomprensibile lingua protosarda degli eredi nuragici («una vox»). E concluse dicendo che i Sardi, per queste ragioni, erano a tutti gli effetti «una natio»: una nazione vera e propria.
Bibliografia
Giovanni Lilliu, La civiltà dei Sardi. Dal paleolitico all’età dei nuraghi, Il Maestrale, 2025
Attilio Mastino (a cura di) Storia della Sardegna antica, con contributi di Piero Bartoloni, Paola Ruggeri, Raimondo Zucca, Il Maestrale, 2009.
VV. La Sardegna preistorica. Storia, materiali, monumenti, Carlo Delfino Editore, 2022.
Massimo Guidetti (a cura di) Storia dei sardi e della Sardegna. Dalle origini alla fine dell’Età bizantina (Vol. 1), Jaca Book
Pierluigi Serra, Gli antichi popoli della Sardegna. Dalle popolazioni prenuragiche ai temibili guerrieri Shardana, Newton Compton Editori, 2022.
Massimo Pittau, La Sardegna nuragica, Edizioni Della Torre, 2013.
Giovanni Ugas, L’alba dei nuraghi, Fabula Editore, 2006.
Ettore Pais, Storia della Sardegna e della Corsica durante il dominio romano, Ilisso Editore, 1999.
Francesco Cesare Casula, La storia di Sardegna, Carlo Delfino editore, 1994.
