Rutuli
Nelle lingue italiche antiche erano noti come “Rudhuli”, i “biondi rossicci”.
Storia e origini
Molti studiosi antichi facevano risalire le loro origini agli Etruschi. Contando sul fatto che Rutulus, che vuol dire “rosso”, è un nome etrusco. E che il nome di Turno, mitico re di Ardea, in greco era tradotto con Tyrrenos. Di certo, la lingua di questo antico popolo italico subiva le influenze di quella che veniva parlata poco più in là, a nord del Tevere. Così Appiano, nel primo libro della sua Storia romana, non ha dubbi: parla in modo esplicito dei Rutuli come di una tribù dei Tusci, ossia degli Etruschi. Ma gli studi più recenti, a partire dalle ricerche di Massimo Pallottino, principe degli etruscologi, spiegano che i Rutuli avevano invece origini latine. E il linguista Giacomo Devoto, ha chiarito che sì, i Rutuli abitavano un territorio originariamente etrusco, ma che non erano Etruschi, né per l’etnia né per la lingua. Plinio il Vecchio racconta che i Rutuli erano uno dei popoli più antichi del Lazio. Con ogni probabilità la separazione tra Latini e Rutuli in due popoli distinti prese forma alla fine dell’Età del Bronzo finale, dodici secoli prima di Cristo. Due tribù diverse con un antenato in comune, divinizzato da entrambi i popoli con nomi differenti: Indiges per i Latini e Inuus per i Rutuli. Nell’Eneide Virgilio definisce i Rutuli come “consanguinei” dei Latini. Ed è certo che nel VI secolo a. C., l’antica popolazione italica fu tra quelle promotrici della Lega Latina che aveva lo scopo dichiarato di contrastare l’aggressività militare dei Romani. Strabone (V,5) ci ricorda che Rutuli erano i curatori e gli amministratori di due importanti santuari federali dei Latini: l’Afrodision di Ardea e quello di Lavinium. Da Prisciano sappiamo anche che Catone il Censore nella sua perduta opera storiografica, le Origines, annoverava i Rutuli di Ardea tra i fondatori del grandioso santuario federale dei popoli latini di Diana Aricina o Nemorense, a Nemi, edificato insieme alle città di Aricia, Cora, Lanuvium, Laurentum, Pometia e Tibur. In ogni caso, gli abitanti di Ardea si riconoscevano pienamente nella federazione dei popoli che formavano la Nazione Latina, che ogni anno trovava il suo massimo sentimento espressivo sul monte Cavo (il mons Albanus), con la celebrazione lungo la Via Sacra delle Ferie Latine, la più grandiosa e solenne festa religiosa del mondo antico e del Latium Vetus, dedicata al culto pubblico e privato degli dei. I villaggi rutuli erano composti da piccoli gruppi di capanne a pianta ovale o circolare, con una struttura in legno, il tetto in paglia e le pareti di rami o canne ricoperte da intonaco di argilla. La loro capitale, Ardea, si trovava a soli 35 chilometri a sud-est di Roma. Strabone definì la città “antica” e proprio per l’importanza che le veniva attribuita, la storia tramanda diversi miti relativi alle sue origini. Uno dei più noti, ripreso da Plinio, ma anche da Virgilio e Servio, racconta dell’arrivo sulle coste laziali di Danae, figlia di Acrisio, re di Argo, con il figlio Perseo. I naufraghi furono salvati da alcuni pescatori rutuli, che poi li condussero dal loro re Pilumno, che poco dopo sposò Danae: dalla loro unione nacque un figlio chiamato Dauno. Pilumno e Danae fondarono quindi Ardea su una rupe di tufo vulcanico. Un altro mito, riportato da Dionigi di Alicarnasso (che si rifà a sua volta allo storico Xenagora) racconta di come Ardea fosse stata fondata invece dall’eroe Ardeias, uno dei tre figli di Odisseo e di Circe. Secondo altre fonti il nome della città deriva invece dal nome dell’airone cinerino (ardea) che secondo la leggenda resa celebre da Ovidio nelle sue Metamorfosi, si alzò in volo dalle ceneri della città. Anche nel caso di Ardea (con l’accento sulla A) è la geografia a provocare la storia: la città venne costruita sulla sommità di una terrazza di tufo vulcanico, in posizione dominante sul bacino del fiume Incastro (l’antico Numicus) riconoscibile ancora oggi dai satelliti per la sua caratteristica forma ad albero, con i rami d’acqua formati dai molti piccoli fossi che scendono dal grande e circolare Vulcano Laziale prima di confluire a raggiera proprio all’altezza di Ardea: una superficie di 127 chilometri quadrati che si estende dalla costa tirrenica fino ai laghi di Albano e di Nemi. Le acque di Ardea, anche nell’antichità svolgevano la funzione di confini naturali dei territori dei diversi popoli latini: quasi delle porte capaci di separare ma anche di mettere in comunicazione realtà differenti per cultura e forza politica. Non è un caso che i Rutuli fossero maestri nell’arte idraulica come dimostra la costruzione di cunicoli, emissari e acquedotti e le tante opere di bonifica per il controllo e l’utilizzo delle acque superficiali e sotterranee. La particolare posizione geografica di Ardea, con il vicino scalo marittimo di Castrum Inuii, permise ai Rutuli di controllare le vie del traffico e di godere dei benefici dei traffici commerciali e culturali tra l’Etruria e la Campania e tra la costa e l’entroterra laziale. La città si ritrovò al centro di contatti e commerci fra gli Etruschi, le città della Magna Grecia e il mondo punico. Tito Livio e Silio Italico ricordano che furono i Rutuli di Ardea, insieme ai coloni greci di Zacinto, a fondare in Spagna la città di Sagunto. E in Liguria Spotorno (Spes Turni). Furono i poeti Virgilio ed Ovidio, alla fine del I secolo a. C., quando inizia l’impero romano, a richiamare alla memoria l’antica città dei Rutuli. La leggenda è nota. Nel racconto di Tito Livio i Rutuli entrarono in guerra, contro gli Aborigeni (i futuri Latini) e i Troiani nel XII secolo, quando l’esule Enea, scampato all’incendio di Troia e in cerca di una nuova patria, sposò Lavinia, leggendaria principessa figlia di Latino, re degli Aborigeni e della regina Amata che era già stata già promessa a Turno, re dei Rutuli di Ardea. L’eroe troiano, come pegno della nuova alleanza tra i Troiani e gli Aborigeni, fondò allora una nuova città, Lavinio, chiamata così dal nome della sua sposa italica. La guerra contro i Rutuli divenne inevitabile. Nel primo, sanguinosissimo scontro, il re Latino morì, i Rutuli vennero sconfitti e anche Turno perse la sua giovane vita per mano di Enea. L’eroe di Ilio, protagonista dell’Eneide virgiliana, subito dopo riunì gli alleati Aborigeni e Troiani sotto una stessa legge e un medesimo nome: quello di Latini. Ma anche il suo destino era segnato: Enea morì in una successiva, aspra battaglia, che i Latini ingaggiarono contro i Rutuli e i loro alleati Etruschi guidati da Mezenzio, sovrano della ricca città di Caere (l’attuale Cerveteri) che tentò inutilmente di contrastare l’ascesa militare e politica della nuova potenza latina. I Rutuli, di nuovo sconfitti, furono costretti alla pace e vennero assorbiti in modo definitivo dai Latini. Nel porto di Ardea sbarcarono i Greci di Cuma che insieme ai Latini sconfissero gli Etruschi di Porsenna nella battaglia di Ariccia (504 a.C.)Rapporto con i Romani
I Rutuli ricomparvero sul palcoscenico della storia romana alla fine del regno di Tarquinio il Superbo, che decise di fare la guerra agli Ardeati «con il pretesto di aver dato asilo agli esiliati ed ai fuggitivi da Roma» (Dionigi di Alicarnasso, IV.64,1). L’obiettivo era in realtà la grande ricchezza raggiunta dalla città laziale che allora controllava un’area di almeno 40 ettari e contava quasi 8.000 abitanti. Ma il conflitto fu fatale all’ultimo re di Roma, cacciato e mandato in esilio dopo aver fallito l’assalto alla città rutula. La città, indebolita dai tumulti interni, nel 442 a.C., secondo quanto riferito da Livio, o nel 434 a.C., secondo Diodoro, era ormai diventata una colonia latina. Nel IV secolo a. C. lo scontro decisivo tra Romani e Latini segnò una svolta decisiva nella storia di Ardea. Il mare fu interdetto ai Latini con la costruzione dei presidi militari di Ostia e di Anzio. Ancora Livio narra come, agli inizi del IV secolo a.C., da Ardea, dove era stato esiliato, il generale Furio Camillo, al comando di un esercito di Rutuli dette inizio alla vittoriosa spedizione per liberare Roma dagli invasori Galli guidati da Brenno (V, 44-45).Bibliografia
Publio Virgilio Marone, Eneide (29-19 a.C.)
Tito Livio, Ab Urbe condita libri CXLII (27 a.C. – 14 d.C.)
Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane (fine I secolo a.C.)
Appiano di Alessandria, Storia romana (160 d.C.)
Giacomo Devoto, Gli antichi Italici (1931)
Di Mario, Ardea. La terra dei Rutuli tra mito e archeologia: alle radici della romanità. Nuovi dati dai recenti scavi archeologici, con contributi di Autori Vari, Roma 2007, pp. 239.
