Piceni
Nel periodo a cavallo tra la fine dell’età del Bronzo e l’inizio dell’età del Ferro (IX-VIII secolo a.C.) non esisteva una sola Italia, bensì due: l’Italia tirrenica e l’Italia adriatica.
Le due sponde erano collegate tra loro grazie a valichi disposti «a spina di pesce», che attraversavano l’Appennino in direzione est-ovest. Queste vie di comunicazione – su cui già in epoca preistorica transitavano greggi e mercanzie – permisero uno scambio pressoché continuo tra le due sponde della Penisola.
Storia e origini
Le civiltà che fiorirono sui due litorali possedevano, da un lato, aspetti comuni dal punto di vista sociale e religioso, ma, dall’altro, apparivano profondamente diverse, in particolare per quanto riguarda la struttura politico-tribale e la produzione artistica.
Le terre che si affacciavano sul Mar Tirreno costituivano, difatti, il versante etrusco-latino-faliscocapenate; mentre, lungo la sponda adriatica, si succedevano, da nord a sud, etnie non meno numerose di quelle che abitavano lungo la costa del Tirreno: i Veneti e gli Osco-Umbri, i Piceni e i Frentani, i Sanniti, i Dauni e i Peucezi, senza dimenticare gli insediamenti celtici dei Galli Senoni, nell’ager Gallicus, e le poleis della Magna Grecia, nel medio e basso Adriatico.
Lo spartiacque tra le due Italie era proprio la catena dell’Appennino, che, nei secoli, svolse la duplice funzione di via di comunicazione facilmente percorribile e, al contempo, di ostile barriera naturale. Esisteva un punto esatto, lungo il limen («confine») che separava un mondo dall’altro, dal quale partivano le strade che mettevano in comunicazione il Mar Tirreno con l’Adriatico.
Questo «ombelico del mondo preromano» era il corso del Tevere, e precisamente il punto in cui il fiume devia bruscamente verso il mare, all’altezza del Monte Soratte, lì dove l’Aniene confluisce nel Tevere.
Ponti invisibili
Alla fine dell’età del Bronzo, il territorio compreso tra i due fiumi era abitato da popolazioni di stirpe italica e di lingua osco-umbra, e si presentava piuttosto omogeneo dal punto di vista etnico e culturale: la terra dei Sabini cominciava proprio dalla sponda meridionale dell’Aniene e si estendeva in profondità, fino alle pendici del Gran Sasso; poco più a nord, stanziati sull’Appennino, c’erano gli Umbri, il cui dominio si inoltrava nell’attuale territorio marchigiano a nord di Fabriano e arrivava fino alla costa dell’alto Adriatico, a diretto contatto coi Celti Senoni e con i Veneti. Dal bacino del Tevere-Aniene partiva la più antica via di comunicazione dell’Italia preromana: la via Salaria, un percorso legato alla pastorizia e alla transumanza, già conosciuto e praticato in epoca preistorica.
Nel III secolo a.C. i Romani prolungarono la via Salaria fino al Mare Adriatico, secondo il percorso che fu poi quello della via Cecilia. Grazie alla Salaria e alla mediazione umbro-sabina i Piceni (e, con loro, gli altri popoli adriatici) entrarono in contatto con gli Etruschi e i Latini, dando così il via a scambi commerciali e influenze dall’una e dall’altra parte.
I traffici marittimi della prima età del Ferro crearono un ponte invisibile anche tra le due sponde del Mare Adriatico.
A partire dal VII fino al V secolo a.C., gli scambi tra la costa balcanica e quella italiana furono così fitti e frenetici da far coniare agli studiosi l’espressione di «koiné adriatica», per indicare quell’insieme di oggetti tipici e di costumi sociali che accomunavano le popolazioni della costa marchigiano-abruzzese e di quella istrianodalmata.
I Piceni fecero la parte del leone negli scambi commerciali con l’entroterra e il mare. Stanziati lungo il litorale che andava da Ancona fino all’attuale Abruzzo settentrionale, i loro emporia erano scali obbligati per il commercio marittimo, soprattutto per quello dell’ambra che proveniva dal Mar Baltico. Inoltre, dalle roccheforti e dai villaggi sulle colline, i Piceni erano in grado di gestire anche il traffico via terra e le vie d’accesso ai valichi dell’Appennino, controllando così gran parte dei commerci con la vicina Etruria e con Roma.
La maggior parte dei popoli italici proveniva da terre lontane e si stabilì nella Penisola in seguito a lunghe migrazioni: gli Etruschi venivano forse dalla Lidia, i Veneti erano di origine celtica o illirica, i Falisci vantavano origini greche, così come i Pelasgi che provenivano dall’Arcadia o dalla Tessaglia. I popoli che affermavano la loro origine autoctona erano pochi, e tra questi c’erano i Sabini e i Piceni.
Sotto il segno di Marte
Presso i Sabini vigeva un’antica istituzione di matrice squisitamente italica: il ver sacrum. Si trattava di un rituale iniziatico-migratorio, secondo cui la comunità stabiliva che i nati durante la primavera di un determinato anno fossero consacrati al dio Marte. Una volta raggiunta la maggiore età, i giovani prescelti dovevano lasciare la comunità d’appartenenza per compiere un viaggio lontano dalle loro terre. Durante la peregrinazione, sarebbero stati guidati dal dio Marte, che si sarebbe manifestato sotto le spoglie di un certo animale. Alla fine del viaggio, i nati durante il ver sacrum avrebbero fondato una comunità sedentaria, dedita alla caccia o alla pesca. La tradizione sabina dice che, al momento della loro prima partenza, un picchio si fosse posato sulle loro insegne e avrebbe accompagnato gli esuli fino alla fine della migrazione. Una volta portato a termine il viaggio, l’uccello si congedò dai prescelti, che, in quel punto, fondarono la nuova città, l’odierna Ascoli Piceno. Infine, i Sabini migranti cambiarono il loro nome e presero quello dell’uccello guida: Piceni, cioè «Gente del picchio».
La notizia è riportata anche da Plinio (Nat.Hist.,3.18.110) che, nel passo della Descriptio Italiae, afferma che i Piceni «orti sunt a Sabinis voto vere sacro».
Probabilmente, come sostiene l’archeologo Alessandro Naso, in epoca storica il ver sacrum era un «meccanismo di autoregolamentazione della comunità» (I Piceni. Storia e archeologia delle Marche in epoca preromana, Milano 2000): giunti al limite dello sfruttamento delle risorse, il gruppo era costretto a espellere alcuni membri per garantire la propria sopravvivenza.
La notizia del ver sacrum e del viaggio iniziatico fu tramandata presso i ceti romani eruditi, che la considerarono come una delle più autentiche tradizioni italiche. E, in precedenza, vi aveva fatto cenno anche Strabone, che ribadisce l’origine sabina dei Piceni e fa derivare l’etnonimo «Pikentikoi» da «Pîkos», ricordando non solo il ruolo guida dell’uccello, ma soprattutto la sua sacralità ad Ares. L’insistenza di Strabone sulla sacralità del picchio, ci permette di fare ancora un passo avanti nella conoscenza di questo popolo: l’identificazione del Picus piceno con il Picus Martius romano permette, difatti, di connotare in senso militare la migrazione dei Sabino-Piceni.
Così, grazie all’etnonimo proposto da Strabone, acquista valore una notizia tramandata da Dionigi di Alicarnasso (1, 14, 15) che risale a Varrone, secondo cui, nel santuario di Tiora Matiena, a 300 stadi da Rieti, sulla via per Lista, c’era un antichissimo oracolo di Ares, nel quale un picchio vaticinava appollaiato su un palo. Il santuario di Tiora Matiena è forse localizzabile presso Teora, nel cuore dell’antica Sabina, l’originario polo migratorio dei Piceni. La rotta dei viaggiatori sotto il segno di Marte sarebbe dunque quella che si snoda lungo la direttrice Montereale-Amatrice-Ascoli, da sempre uno dei principali itinerari che collegano l’Aquilano con il versante adriatico.
Dalla migrazione all’esilio
La Battaglia delle Nazioni, combattuta nel corso della terza guerra sannitica, fu il canto del cigno delle popolazioni italiche. Nel 295 a.C., a Sentino, nei pressi dell’odierna Sassoferrato, un super-esercito composto da Etruschi, Umbri, Celti e Sanniti si sbriciolò sotto i colpi delle armi romane.
Col fallimento dell’ultimo tentativo, disperato e supremo, di non soccombere alla potenza di Roma, i popoli dell’Italia antica (e, con essi, i Piceni, che subirono una sconfitta letale nel 268 a.C.) andarono incontro a una fine rapida e malinconica.
Dopo il 295 a.C.,il termine «Picenus» venne a indicare non più un popolo, ma la V Regio della divisione amministrativa augustea. Cominciata con una migrazione, la storia dei Piceni finì con l’esilio.
Nel 273 a.C., i Romani deportarono una parte della popolazione nei pressi del Golfo di Salerno, nella zona che ancora oggi è chiamata Agro Picentino. Il popolo del Picchio, al momento del tracollo, poteva però vantare una storia ricchissima, già lunga di secoli. L’apogeo era stato raggiunto tra l’VIII e il V secolo a.C., una vera e propria età dell’oro, durante la quale i «Picchi» furono la punta di diamante di una complessa realtà multietnica, che si estendeva lungo il versante medio-adriatico.
Le necropoli picene, dislocate nel territorio compreso tra le Marche e l’Abruzzo settentrionale, sono centinaia (Novilara, Matelica, Recanati, Moie di Pollenza, Monte Pitino e altre).
Da Numana proviene la famosa testa in pietra che raffigura un guerriero, oggi conservata al Museo Archeologico Nazionale di Ancona; a Novilara è stata riportata alla luce una stele con iscrizioni in lingua picena; e un altro esempio di stele è quello di Penna Sant’Andrea, in Abruzzo.
La necropoli più importante sorge in contrada «Pini», nel territorio di Sirolo-Numana, ai piedi del promontorio del Cònero, a pochi chilometri da Ancona: tre tombe a circolo tra cui spicca, per grandezza, la Tomba della Principessa, una sepoltura gentilizia del VI secolo a.C. Gli archeologi hanno rinvenuto un’urna funeraria di oltre 40 m di diametro, delimitata da un fosso anulare. Ai lati di una grande tomba a camera di forma rettangolare, sono stati ritrovati i resti di due muli; mentre, poco distante, presso un’altra sepoltura, sono emersi i resti di due carri (un currus e un carpentum), sotto i quali era deposto il corpo di una donna. Le ipotesi sulla sua identità sono molteplici. È certo che si tratti di una persona di rango e, per questo motivo, si è voluto identificarla con una principessa. Ma Maurizio Landolfi, direttore dell’Antiquarium di Numana, dove sono conservati i reperti della necropoli (un corredo magnifico di spade, alabarde, ceramiche, fibule e monili in ambra), avanza l’ipotesi che si trattasse di una maga. A confermare la sua intuizione sarebbe il vasellame ritrovato negli scavi: in particolare un vaso costituito da tre tubi comunicanti nei quali, con molta probabilità, venivano versate sostanze psicotrope. I tre vasi confluiscono poi in un unico condotto, da cui si beve, e nel quale avveniva la mescolanza delle sostanze. Gran parte della necropoli dei Pini è ancora da scavare, e l’ipotesi dell’uso di erbe officinali nei rituali religiosi aprirebbe un nuovo orizzonte di conoscenza sulla cultura picena e sulle altre etnie dell’Italia antica.
Vincenzo Calò
*(Testo tratto da “Archeo. Attualità del passato”: www.archeo.it)
Bibliografia
AA.VV. I Piceni, popolo d’Europa. Catalogo della mostra, Edizioni De Luca,1999.
Alessandro Naso, I Piceni. Storia e archeologia delle Marche in epoca preromana, Longanesi, 2000.
Anna Maria Chieco Bianchi, I Piceni, in Italia omnium terrarum alumna, 2ª ed., Milano, Garzanti-Scheiwiller, 1988.
Luca Antonelli (a cura di), I Piceni: corpus delle fonti: la documentazione letteraria, L’Erma di Bretschneider, 2003.
Sabatino Moscati, Così nacque l’Italia. Profili di antichi popoli riscoperti, Società Editrice Internazionale, 1997.
Giacomo Devoto, Gli antichi italici, Vallecchi editore.
Augusto Ancillotti, Romolo Cerri, Le tavole di Gubbio e l’Italia preromana, Edizioni Jama, 2022.
Francisco Villar, Gli indoeuropei e le origini dell’Europa: lingua e storia, il Mulino, 2008.
Bernardo Carfagna, I Piceni, Capponi Editore, 2016.
