Latini
L’antico popolo dei Latini abitava un vasto territorio segnato a nord dal basso corso del fiume Tevere e a sud dall’area di Terracina e dal promontorio del Circeo.
Storia e origini
Era una popolazione di origine indoeuropea. Giunsero nel Latium Vetus a seguito di continue e lunghe migrazioni, tra il III e il II millennio a.C., poco prima o poco dopo i Falisci, i Veneti e i Siculi.
In età storica i Latini erano già così radicati in quasi tutta l’Italia centrale da aver ormai perso la memoria del loro arrivo nel cuore della penisola italica. Si ritenevano autoctoni, cioè nativi di quel territorio da un tempo immemore: ab origine, ossia “dall’inizio”. Aborigines dunque: non una etnia storica ma un nome comune attribuito alle genti dell’Età del Bronzo, comprese le tribù inizialmente nomadi ricordate da Dionigi di Alicarnasso, quegli Aberrigenes abituati a aberrare, a vagare da un territorio all’altro. Per Licofrone, uno dei poeti tragici greci della Pleiade (III secolo a.C.) gli Aborigines erano invece gli “uomini del nord” (dal greco Βορέας). Una ulteriore ipotesi etimologica collega il termine ad Arborigines, ossia “nati dagli alberi”. L’Origo gentis Romanae, un’opera anonima del IV secolo d.C. che tra storia e mitologia racconta le origini del popolo romano, riconduce la parola Aborigines al greco ὄρος, “montagna”, per sottolineare la provenienza appenninica della popolazione.
L’etimologia del termine Latinus , esplorato da una infinità di studi attraverso i secoli, è incerta: una delle teorie più accreditate la collega al termine latus (vasto, largo). In questo caso, gli Aborigines diventano abitanti del Latium e quindi Latini proprio quando lasciano i monti e si trasferiscono verso le terre verso il mare, più fertili e pianeggianti, in quell’area geografica che oggi chiamiamo Campagna romana.
Un’altra ipotesi trova riscontro nel verbo lateo, che significa “stare nascosto”, “celarsi”: l’espressione è legata all’antichissimo culto del dio Saturno il quale, secondo il mito, cacciato da Giove, avrebbe trovato rifugio nella terra protetta dei Latini. Saturnia, del resto, era il nome con cui la penisola Italiana era conosciuta dai popoli indigeni.
Al di là del mito, la risposta etimologica più convincente sull’origine della parola Lazio (Latium) arriva però dagli studi più recenti dei glottologi. Nelle Tavole di Gubbio compare un particolare termine paleoumbro, tlato, che si può tradurre con “insediato”. Il suo sostantivo, tlatio che in latino con la caduta della lettera t diventa latium, sta infatti ad indicare una “zona insediativa”. Nella V Tavola di Gubbio (b9) spunta una frase: «agre tlatie piquier martier». É riferita a una popolazione picena, quella dei Clavernii, che produce farro «nella terra di insediamento (“agre tlatie”) del Picchio Marzio». All’origine, l’epiteto Latini non identificherebbe quindi un vero e proprio ethnos ma una definizione di carattere sociale e antropologico attribuita in questo caso a un popolo intero. Latini vuol dire “gli insediati”, “gli stanziali”. Quelli che ormai da tempo vivono in modo stabile all’interno di un territorio.
Il glottologo Augusto Ancillotti, massimo traduttore delle Tavole di Gubbio, a questo proposito si sofferma anche sul nome dei Siculi, anch’essi primordiali abitatori del Lazio e di altre aree dell’Italia centrale prima di essere aggrediti, un migliaio di anni prima di Cristo, dagli Umbri, gli Aborigeni (Latini) e i Pelasgi e poi sospinti da guerre e migrazioni nell’attuale Sicilia orientale. Siculi/Sikeloi è un adattamento del termine paleoumbro sekelo. Sek elo in indoeuropeo. Il termine può essere tradotto con la parola “seguace” per identificare i membri di quelle Gefolgschaften, “compagnie di seguaci”, molto diffuse nelle culture europee fin dalla preistoria. Giovani maschi che usciti dalle loro comunità di origine si muovevano come avventurieri, legati da un patto di fratellanza e da una devozione comune verso il proprio leader carismatico. Gruppi fondati su una economia di rapina, pronti a depredare chiunque meno la comunità dalla quale provenivano.
Ecco quindi che il latino che in seguito verrà parlato a Roma si delinea come la lingua di gruppi di “seguaci” fuoriusciti da qualche comunità latina che in alcuni tradizioni sono detti “Siculi” come in Dionigi di Alicarnasso (I,9): «Si dice che i più antichi abitanti della città, che ora è abitata dai Romani, siano stati i Sikeli e cioè una popolazione barbara e autoctona…». E aggiunge: «Il popolo degli Aborigeni ne prese possesso dopo…».
Mancavano le donne per costituire una etnia. Facendo proprie le donne locali (sabine secondo il mito) si insediano in un luogo e danno vita ad un popolo nuovo. Così i seguaci di Romolo, i Sikeli “fuggiaschi” e “avventurieri” diventano Romani e quindi Latini (“stanziali”, “insediati”). Secondo una leggenda, tramandata nei secoli, dopo essere stato accolto da Giano, Saturno avrebbe fondato varie città per gli uomini errabondi e, regnando su di loro avrebbe instaurato un’era felice e irripetibile, segnata dalla pace, la concordia e la modestia. Una vera e propria “Età dell’Oro””. Tanto che in suo onore sia Virgilio che altri grandi poeti ricorderanno l’Italia come Saturnia tellus (la terra di Saturno).
Anche Pico, figlio di Saturno e primo sovrano dei futuri Latini, era un antico dio rurale italico, venerato pure dagli Umbri, dagli Equi e dai Picenti. Nelle Metamorfosi (libro XIV), Ovidio racconta che la maga Circe, da lui respinta, lo trasformò in un picchio, l’uccello delle profezie caro a Marte, il dio della guerra al quale, durante le primavere sacre, venivano consacrate le schiere dei giovani guerrieri italici che migrando sotto l’insegna di un animale totemico avrebbero poi popolato altre terre della penisola, dal Piceno alla Lucania. Anche Fauno, figlio di Pico, era una divinità venerata da quel popoli di pastori: un genio dei boschi, capace di spaventare gli uomini con incubi ricorrenti. Ma anche di favorire la fecondità delle greggi e di preservare le pecore dagli attacchi ricorrenti dei lupi (Luperci erano i suoi sacerdoti e i Lupercalia, celebrati il 15 febbraio, la principale delle feste in suo onore).
Da Fauno (o Lupercus) e dalla ninfa Marica, Grande Madre dell’acqua e delle paludi, signora degli animali, protettrice di neonati e bambini e anche dea della fecondità, nacque infine Latino Silvio che al tempo della guerra troiana, diede il nome al popolo aborigeno domato dalla civiltà. A differenza del nonno Pico e del padre Fauno, Latino non era un dio ma soltanto un uomo, seppur leggendario: il primo re dei Latini, simbolo dell’identità di un popolo di pastori e guerrieri ormai insediati in modo stabile in un territorio e numerose città fortificate. Il nome di un re chiamato Latino si incontra per la prima volta nella Teogonia di Esiodo, un poema mitologico in esametri sulla storia degli dei greci, composto intorno al 700 avanti Cristo. Il grande poeta greco menziona Latino e Agrio come i due figli di Odisseo e di Circe che regnavano sui Tirreni in una regione dell’estremo Occidente.
Questa testimonianza associa dunque le origini di Roma al mito di Odisseo e di Circe, anziché a quello di Enea, che divenne poi predominante nella storia leggendaria della Città Eterna. Una saga posteriore, riportata soprattutto dallo storico greco di origine siciliana Timeo (356 a.C. – 260 a.C.) parla invece di Latino come figlio di Telemaco e di Circe e lo presenta come il re dei Borigoni, gli Aborigeni del Lazio che dal nome del loro sovrano iniziarono appunto a chiamarsi Latini.
La tradizione più nota giunta fino a noi è quella resa immortale da Virgilio (I secolo a.C.) nell’Eneide: Enea, fugge da Troia dopo la sua distruzione, giunge nel Lazio dopo tre anni di peregrinazioni e si scontra con Latino, re dei Latini e con Turno, re dei Rutuli. Enea trionfa in battaglia: uccide Turno e sposa Lavinia, figlia di Latino. Diventa quindi il re dell’antico popolo italico e fonda una città che in onore della moglie chiama Lavinium (oggi Pratica di Mare). L’Eneide è citato più volte anche Ascanio, il primogenito di Enea, nato a Troia da Creusa, una delle figlie di Priamo e tratto in salvo dal padre assieme al nonno Anchise durante l’incendio della città: ha seguito il padre nelle sue peregrinazioni lungo il Mediterraneo, fino alle coste laziali. Nell’Eneide viene presentato anche con il nome di Iulio, capostipite della Gens Iulia protagonista della futura gloria di Roma con Gaio Giulio Cesare e i primi cinque imperatori della dinastia Giulio-Claudia. Alla morte di Enea (Livio, I, III) il giovane Ascanio regnerà a Lavinium. Ma poi fonderà una nuova città sui Colli Albani, Alba Longa, nei pressi dell’odierno Castel Gandolfo. Passeranno altri 400 anni e forse 30 re prima che sul trono di Alba Longa arrivi Proca, che lasciò due figli, Numitore e Amulio a contendersi il potere. Fino a Romolo e Remo e alla favolosa nascita di Roma, la città che dominerà il mondo.
Una narrazione intrecciata da favolose origine greche che ha attraversato i secoli e segnato in modo indelebile la storia dell’Occidente e del mondo mediterraneo. Voluta dai Romani che divenuti potenza egemone, vollero nobilitare il loro passato creando un legame ancestrale con la grandiosa civiltà greca, gli eroi omerici e tramite alla figura di Enea, con la guerra di Troia, vero spartiacque della storia del mondo antico. Lo fecero con la forza di una letteratura latina nata solo interno al III secolo a.C. come traduzione di modelli greci, a partire da Livio Andronico, autore nel 240 a.C. di una versione dell’Odissea in versi saturni, il metro tradizionale proprio dei popoli italici. Intellettuali che parlavano l’idioma italico dei discendenti di Latino soltanto come una seconda lingua ma che erano figli della Magna Grecia, come il tarantino Livio, o della Campania, come l’osco Nevio, autore di un poema epico sulla guerra punica. Oppure umbri come Plauto, nativo di Sarsina. Fino al gallo insubre Cecilio Stazio, al pesarese Accio e al grande Terenzio, giunto a Roma come un povero prigioniero cartaginese. Autori latini e insieme “stranieri” ed italici. Però orgogliosi delle loro origini. A partire da Ennio, il messapico di Rudiae, padre dell’epica latina, che vantava di avere tria corda perché parlava in modo fluente e in ordine di importanza il greco, l’osco e il latino.
I Latini, prima di Roma e prima ancora che si riconoscessero in questo nome, vivevano di pastorizia e agricoltura. Abitavano in piccoli villaggi collocati sulle alture. Erano divisi in gruppi tribali autonomi, chiamati populi. La monarchia era la loro forma di governo originaria ma venne via via sostituita da magistrature elettive. Veneravano divinità comuni. E quindi si federavano in leghe che erano insieme politiche e religiose. Commerciavano fra di loro. Mettevano in comune i loro eserciti, si spartivano i bottini delle guerre e fondavano insieme anche delle colonie in altri territori.
Queste leghe erano guidate da un dittatore, eletto a turno dai diversi popoli ma quasi sempre espressione diretta della tribù latina in quel momento dominante. La lega più importante, nata sotto l’egemonia di Alba Longa, fu quella che venerava Iuppiter Latiaris (Giove Laziale) nel santuario del Monte Cavo, sulla vetta più alta dei Colli Albani. Raccoglieva ben 47 diversi populi e alcune importanti città: Ardea, Antium, Aricia, Laurentum, Praeneste, Tibur, Tusculum e Velitris. Ogni anno, a primavera i popoli latini federati si incontravano sul Monte Cavo per celebrare le Latinae feriae, in cui veniva sacrificato un toro bianco: ogni tipo di conflitto fra città rivali veniva sospeso per rafforzare il sentimento di una comune origine etnica.
Rapporti con i Romani
Più tardi, quando il re di Roma Tullio Ostilio (VII secolo a.C.) distrusse Alba Longa, il re Servio Tullio (VI secolo a.C.) dedicò un tempio a Diana sul colle Aventino, per inaugurare una nuova lega sacra, questa volta sotto la direzione di Roma. Molte città latine, però, rifiutarono l’egemonia romana e fondarono una propria lega, sempre dedicata a Diana, ma con sede ad Aricia, nei pressi del Lago di Nemi.
All’inizio del V secolo a.C., dopo una serie di scontri e una decisiva vittoria militare presso il Lago Regillo (499, o 496 a.C.), i Romani costrinsero i Latini a diventare loro alleati. Fu il console Spurio Cassio a realizzare nel 493 a.C. il foedus Cassianum («patto di Cassio») che istituiva una lega tra Romani e Latini per una difesa comune da altri popoli, come Equi, Volsci, Sabini ed Etruschi. L’alleanza non fu però mai stabile: i populi latini si divisero ancora, sia quando i Galli invasero e incendiarono Roma (390 a.C.) che durante le sanguinose guerre sannitiche.
Roma, forte della sua presenza economica e militare, iniziò a trattare come subalterne le città latine. Lo squilibrio di potere tra i Latini e la vicina e potente alleata portò a nuova, aperta ribellione, sfociata nella cosiddetta Guerra Latina (340-338). I Romani, vittoriosi a Trifanum, imposero presto le loro condizioni: sciolsero la Lega e assunsero un controllo diretto sulle città ribelli. Strinsero nuovi patti con le singole comunità rimaste indipendenti (Tivoli, Preneste, Palestrina e Cori) e concessero comunque la cittadinanza alla maggior parte dei centri del territorio. Il Lazio cessò di essere una terra di città latine alleate e divenne a tutti gli effetti una regione romana.
Ma i Latini si ritrovarono presto in una situazione privilegiata rispetto alle altre popolazioni sottomesse: potevano concludere legalmente negozi di diritto romano, attraverso la concessione del commercium, a cui andava aggiunto il conubium, cioè il diritto di contrarre matrimonio legale. Quando per qualsiasi motivo si trovassero a Roma nel giorno in cui erano riuniti i comizi, potevano esercitare il diritto di voto (ius suffragii).
Lo status di Latino si trasformò in una condizione privilegiata, concessa a intere comunità e anche agli schiavi liberati. Poi, nel 212 d.C. l’Editto di Caracalla estese la cittadinanza romana a tutti gli abitanti liberi dell’impero.
Bibliografia
Ancillotti, Augusto – Cerri, Romolo, Le Tavole di Gubbio e l’Italia preromana, Edizioni Jama, Perugia, 2023.
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Devoto, Giacomo, Gli antichi Italici (Vallecchi, edizioni successive al 1951).
Colonna, Giovanni., I Latini e gli altri popoli del Lazio in Italia omnium terrarum alumna, a cura di G. Pugliese Carratelli, Milano, 1988.
Grandazzi, Alexandre, Urbs. Storia della città di Roma dalle origini ad Augusto, Agorà & Co, 2025.
