Greci
Italioti. Così, a partire dal V secolo a.C. i Greci iniziarono a chiamare i coloni dell’Ellade trapiantati nell’Italia meridionale ma figli di migrazioni continue, organizzate e gestite da molte singole città della Grecia antica.
Storia e origini
La necessità della fondazione di queste colonie era causata da vitali interessi commerciali ma anche dalle tensioni sociali, dovute all’incremento della popolazione a cui la magra produzione agricola non riusciva più a dare sostentamento. Il termine Italioti non riguardava i coloni situati in Sicilia, per i quali era diffusa un’altra denominazione, quella di Sicelioti (Σικελιώτης/Σικελιῶται).
La fondazione di nuove città ad occidente non era lasciata alla iniziativa di un gruppo ristretto di persone ma era organizzata nei minimi dettagli dalla “città madre” greca che forniva tutti i mezzi tecnici (navi, architetti, ingegneri, rifornimenti alimentari) necessari alla colonizzazione. La scelta dei nuovi insediamenti spesso derivava da una conoscenza attenta dei luoghi, frequentati a lungo grazie alla nascita e allo sviluppo di piccoli empori commerciali posizionati in località vicine ai siti delle future colonie: lo testimoniano numerosi ritrovamenti di manufatti greci che risalgono a periodi anteriori all’VIII secolo a.C.
Le spedizioni coloniali erano guidate da un ecista (dal greco oikistés, “fondatore”): una figura mitica o mitizzata a posteriori, spesso nelle vesti di un eroe o addirittura di un dio. Era quasi sempre l’esponente di una famiglia nobile o regia. Partiva verso la nuova terra dopo aver consultato un oracolo. Non era soltanto il capo riconosciuto della prima fase della nascita di una colonia ma anche un carismatico garante, capace di perpetuare le tradizioni della madrepatria: tracciava le fondamenta della nuova città, distribuiva i terreni e assicurava grazie alla sua autorevolezza il rispetto dei culti e delle leggi.
La colonizzazione greca portò quindi alla costituzione di poleis sul modello delle “città-Stato” della madrepatria, governate da sistemi oligarchici che spesso mutarono in tirannie, con un solo uomo al comando. Centri urbani organizzati, dediti all’agricoltura e al commercio, in alcuni casi all’industria, e dotati (almeno dalla metà del VI secolo a.C.) anche della capacità di battere moneta.
La civiltà sviluppata da questi coloni greci influenzò in modo profondo l’intera cultura mediterranea, lasciando una enorme eredità, visibile ancora oggi nell’arte, nella lingua e nelle tradizioni più antiche dell’Italia peninsulare. A partire dalla fondamentale introduzione dell’alfabeto, adattato e modificato, prima dagli Etruschi e poi dai Romani. Non a caso, nella penisola italiana la prima attestazione della scrittura è costituita da una iscrizione greca in forma metrica, graffiata sulla cosiddetta Coppa di Nestore, una piccola tazza di uso quotidiano dell’VIII secolo a.C. decorata a motivi geometrici e importata da Rodi nella colonia greca di Pithekoussai, l’odierna Ischia.
Dalla seconda metà del IV secolo per designare il complesso delle colonie greche dell’Italia meridionale peninsulare gli stessi greci d’Italia, coscienti della propria grandezza anche in relazione alla patria d’origine, vollero definire l’insieme di questi territori come Magna Grecia (Μεγάλη ῾Ελλάς). Nei luoghi in cui si stanziarono, i marinai e commercianti greci trovarono popolazioni diverse per stirpe e lingua: Ausoni, Opici, Enotri, Siculi, Itali, Messapi e Iapigi. Questi popoli italici organizzati in comunità autonome che vivevano di agricoltura e pastorizia. Lo scontro con i nuovi arrivati, avidi di nuove terre, divenne inevitabile e, fra alterne vicende, durò per secoli.
I primi Italioti furono un gruppo di coloni che provenivano da Calcide, città dell’Eubea. Fondarono prima Pithecusa (sull’odierna isola di Ischia), poi Kyme (Cuma) in Campania (insieme ad altri coloni provenienti da Cuma eolica) e tra il 756 ed 730 a.C. le due città di Zancle (Messina) e Rhegion (Reggio), rispettivamente sulla sponda messinese e quella reggina dello Stretto che separa la Calabria dalla Sicilia. Sull’isola fecero nascere altre quattro città: la prima fu Naxos, edificata secondo la tradizione nel 734 a.C. Poi Kallipolis (la “bella città”, oggi scomparsa) Katane (Catania) e Leontini (nel 729 a.C.). Negli anni successivi, sul versante jonico, coloni Greci di stirpe achea diedero vita alle città di Sybaris (Sibari, 720 a.C.) Kroton (Crotone, 710 a.C.) e Metaponto.
Sempre sullo Ionio, secondo fonti tramandate dallo storico Eusebio di Cesarea, alcuni coloni spartani fondarono la città di Taras (Taranto, 706 a.C.). Fra il 710 a.C. e il 690 a.C., un gruppo di Locresi, condotti da Evante, provenienti dalle regioni della Grecia sul golfo di Crisa, edificò Lokroi Epizephyroi (Locri Epizefiri), ultima città fondata in Calabria da genti giunte direttamente dalla Grecia. In una data sconosciuta fra l’VIII e il VI secolo a.C. altri Greci, ateniesi, fondarono il centro di Skylletion nei pressi dell’odierna Catanzaro.
Nel tempo le città dei Greci per ragioni politiche, commerciali e militari diedero vita a nuove, importanti colonie: in Lucania i reggini fondarono Pyxus (Policastro Bussentino); i locresi Medma (Rosarno), Città-forte (Polistena) e Hipponion (Vibo Valentia); i sibariti edificarono Poseidonia (Paestum) in Campania e in Calabria rivitalizzarono i centri indigeni di Laos e Skydros. Gli abitanti dell’antica Crotone fondarono Terina e Kaulon (nei pressi di Monasterace marina). Matauros (Gioia Tauro) venne costruita in stretta collaborazione tra messinesi e reggini. E Policoro (l’antica Heracleia) nacque ad opera dei tarantini (434 a.C.). Dioniso il Grande, tiranno di Siracusa, puntava al controllo delle rotte navali che assicuravano il trasporto dei carichi di grano. Intorno al 387 a.C programmò quindi la nascita di una serie di colonie lungo le sponde dell’Adriatico.
Nacquero così sia Ankón (Ancona), città nella quale deportò molti dei suoi oppositori politici e Adrìa (Adria). E altre importanti città dall’altra parte del mare: Issa (l’attuale Lissa), Pharos (oggi Cittavecchia di Lesina), Dimos (Lesina) e Lissos (attuale Alessio).
Grazie alla fertilità dell’entroterra e agli intensi traffici commerciali, le città della Magna Grecia raggiunsero una grande floridezza economica, segnata però da contese perenni e lotte intestine. Le poleis italiote, a differenza di quelle siciliane, si mantennero più estranee alle complesse vicende politiche della madrepatria.
Sul versante ionico l’egemonia economica e militare passò da Sibari (verso il 550 a.C.) a Crotone (nel 500 circa) e poi a Taranto.
Sanniti, Lucani e Bruzi dall’interno premevano verso il mare. Agli scontri continui con i popoli italici si sommò il pericolo della politica espansionistica di Dionisio I, tiranno di Siracusa, stratega dell’”Arcontato di Sicilia”, una potenza commerciale e militare dell’area mediterranea, capace anche di stipulare accordi politici con i Galli in funzione antiromana.
Così, negli ultimi anni del V secolo a.C. nacque la Lega Achea, una alleanza militare delle poleis della Magna Grecia alla quale aderirono Kroton, Thurii, Kaulon, Metaponto, Heraclea, Medma, Hipponion e Metauros. Quando anche Rhegion, scese in guerra per fermare l’avanzata siracusana, l’alleanza prese il nome di Lega Italiota. Ma Dionisio di Siracusa, si impose sulle poleis con la forza di un esercito ben organizzato.
La potente Taranto seguì una strada diversa. Per difendersi dagli attacchi continui dei popoli italici, ricorse con alterno successo all’aiuto di condottieri greci (Archidamo III di Sparta, Alessandro I, il Molosso d’ Epiro, Cleonimo).
Le altre città della Magna Grecia chiesero invece la protezione di Roma che nel giro di qualche decennio, alternando le armi ai trattati di pace, impose alle città greche la propria egemonia.
Nel 281 a.C. Taranto, preoccupata dall’espansionismo romano, chiese aiuto a Pirro, re dell’Epiro. Il giovane sovrano sbarcò in Italia con un potente esercito che includeva gli elefanti, sconosciuti ai Romani. Vinse ad Eraclea (280 a.C.) e Ascoli Satriano (279 a.C.) pur subendo perdite enormi. Ma fu sconfitto, in modo definitivo, a Benevento (275 a.C.) e costretto a riattraversare l’Adriatico. Taranto, privata del suo alleato, venne conquistata dall’esercito di Roma nel 272 a.C.
Soffocate le ultime velleità dell’indipendenza suscitate dalla guerra annibalica (218-202 a.C.), il dominio romano sulla Magna Grecia rimase incontrastato.
L’eredità storica e culturale degli Italioti è viva e visibile ancora oggi. L’arte, la letteratura e la filosofia della madrepatria influenzarono in modo decisivo la vita delle colonie.
La splendida Crotone, patria anche del leggendario atleta Milone, nel VI secolo a.C., legò per sempre il suo nome a Pitagora, che proprio nella città italiota fondò una celebre scuola filosofica ispirata a profondi ideali morali e culturali nella quale il numero era considerato come l’essenza di tutte le cose, poiché ogni aspetto del reale veniva ricondotto a una relazione armonica di quantità numerabili.
Altrettanto famosa e importante fu la scuola filosofica che nacque a Elea, l’attuale Velia (in Lucania), a opera di una delle personalità più enigmatiche della cultura greca tardo arcaica, Parmenide, l’inventore della logica, il metodo di affrontare i problemi basato sul rigore della ragione (V secolo a.C). Qui visse e lavorò pure Zenone che oltre a difendere e sviluppare le teorie del suo maestro, mostrò l’assurdità delle nozioni comuni di spazio e tempo con celebri paradossi che hanno segnato tutta la storia della filosofia. Elea insieme a Zancle (Messina) e Siracusa, fu il rifugio del poeta e filosofo Senofane, esule da Colofone, che per primo introdusse l’idea di un unico Dio trascendente, immobile e non rappresentabile con forme umane.
Paestum, l’antica Poseidonìa, fondata dai coloni della Sibari ionica intorno al 600 a.C. ancora oggi non cessa di stupire i visitatori di tutto il mondo con l’imponenza dei suoi templi.
Napoli, la “Città nuova” (Neapolis) rifondata dai Greci di Cuma, già in età romana era un rilevante centro culturale, sede di una scuola filosofica epicurea frequentata anche da Virgilio ed Orazio.
Taranto, che nel IV secolo a.C. sotto il governo del filosofo e matematico Archita, attirò artisti e letterati. Diede i natali al filosofo Aristosseno, al poeta di epigrammi Leonida e a Rintone, interprete burlesco dei grandi miti del mondo. E proprio dalla Taranto sconfitta e conquistata dai soldati della Città Eterna, arriverà a Roma Livio Andronico, il primo poeta dell’Urbe che tradurrà l’Odissea di Omero nella lingua dei Romani, dando così origine alla tradizione della letteratura latina.
E poi la Sicilia. A Lentini nacque il filosofo Gorgia, campione, dopo Protagora, dell’antica sofistica e creatore dell’arte retorica.
Siracusa, patria di Archimede e di versatili artisti e letterati come Teocrito (l’inventore del genere pastorale) ospitò fra le sue mura anche Eschilo e Platone.
E Agrigento che Pindaro (V secolo a.C.) definì «la più bella città dei mortali» custodisce ancora oggi uno dei più spettacolari tesori della civiltà greca d’Occidente. Fra i suoi templi passeggiò anche Empedocle, filosofo, scienziato, politico e poeta, animato dalla fede nel progresso e teorico della metempsicosi, la teoria della reincarnazione delle anime in diversi esseri viventi.
Zaleuco di Locri (VII secolo a.C.) e Caronda di Catania (VI secolo a.C.) furono i precursori del diritto in Magna Grecia e in Sicilia. Le loro codificazioni che miravano a superare l’arbitrarietà delle consuetudini orali dettate dai ceti aristocratici, furono tra i primi esempi di leggi scritte nel mondo greco d’Occidente.
Gli Italioti svilupparono un’arte originale anche rispetto ai modelli della madrepatria, sia nell’architettura (influenzata dall’ordine dorico) che nella scultura. Lavorarono in modo mirabile la ceramica, l’oro e l’argento. E diffusero l’uso di terrecotte decorative. Particolarmente ricca fu la produzione di bronzi, dalla statua di Zeus del 530 a.C. scoperta a Ugento, fino ai vasi tarantini e agli specchi locresi. Sono invece di greca le due famosissime statue dei Bronzi di Riace (460-430 a.C.) conservate nel Museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria.
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