Falisci

Antico popolo dell’Etruria meridionale, i Falisci (in greco Φαλίσκοι) occupavano una regione poco estesa (circa 400 kmq) compresa fra i Monti Cimini e il Tevere. A nord confinavano con il territorio di Orvieto, a ovest con quello di Tarquinia, a sud con quello di Veio e con l’Agro Capenate e a est con gli Umbri e i Sabini.

Storia e origini

La loro capitale era Falerii (l’attuale Civita Castellana) da cui proviene anche il nome con il quale i Romani li identificavano: Falisci, “abitanti di Falerii”. La città, costruita sulla riva destra del Tevere, esisteva già nella prima Età del Ferro (IX secolo a.C.). Piccoli e medi abitati, dipendenti dal capoluogo, nacquero lungo il corso del Treja. Dalla prima metà dell’VIII secolo emersero anche altri centri di limitata estensione, Corchiano e Vignanello a cui si aggiunsero Narce, forse coincidente con Fescennium (su alcune alture tra Calcata e Mazzano) Sutri e Nepi.

Tutta la storia dei Falisci è legata agli Etruschi con i quali furono sempre alleati nelle sanguinose lotte contro Roma. Tanto che Tito Livio (Liv., V, 8, 4-5), segnala che partecipavano abitualmente ai concili federali convocati presso il Fanum Voltumnae, il santuario “nazionale” etrusco costruito ai piedi della collina tufacea di Orvieto.
Ma i Falisci, come ricorda Strabone, erano un popolo a sé stante. Anzi, avevano una comune origine indoeuropea con i vicini Latini. Lo testimonia la loro lingua, documentata da almeno cinquecento iscrizioni, datate tra il VII e il II secolo prima di Cristo e scritte in un alfabeto di provenienza etrusca che alternava la scrittura a destra a quella a sinistra.

I Latino-Falisci giunsero nella penisola italica intorno al II millennio a.C. nella tarda Età del Bronzo e occuparono larghi spazi della costa tirrenica tra le attuali regioni del Lazio e della Calabria, dove si sovrapposero e si mescolarono con popolazioni neolitiche più antiche. Provenivano dall’Europa centrale dove si erano cristallizzati come popolo autonomo dopo aver convissuto con altre popolazioni indoeuropee come gli Osco-Umbri, che arriveranno in Italia dalla stessa area geografica e sempre nel II millennio a.C. ma attraverso una successiva ondata migratoria.
Secondo studi linguistici ormai consolidati, della famiglia linguistica Latino-Falisca fra la Preistoria e l’Età Antica facevano parte anche i Veneti che si insediarono a nord del Golfo di Venezia e i Siculi, anch’essi di origine indoeuropea, che prima di emigrare in Sicilia sotto la pressione bellica di altre popolazioni italiche, alla fine del II millennio a.C. abitarono ampie zone del Lazio antico e dell’alta Campania.

Per il grande linguista Giacomo Devoto il dialetto falisco era senza dubbio latino seppure influenzato da penetrazioni etrusche. Ma comunque strettissimo parente delle parlate osco-umbre, come testimonia la lettera F, rappresentata nell’alfabeto falisco con la caratteristica forma di una freccia che punta verso l’alto: nella più nota iscrizione falisca, emersa dal sepolcreto della Penna, compare ad esempio nella parola carefo (in latino carebo). Il futuro in fo manca nei dialetti del gruppo osco-umbro e si trova invece, sotto la forma bo, in latino. L’iscrizione completa, vero inno alla gioia dell’attimo fuggente, recita: «foied vino pipafo cra carefo» («Oggi voglio bere vino, domani non ne avrò»).

Una piccola enclave sulla sponda destra del Tevere: né etrusca né latina, la comunità falisca era un crocevia di genti e cultura diverse. Rimase però fondamentale il rapporto con Veio, anche nel racconto mitico delle origini che i Falisci vollero segnare con una ascendenza greca: secondo la tradizione Halesus, capostipite dei Falisci e fondatore di Falerii, la città che proprio da lui prese il nome, era figlio illegittimo o compagno d’armi di Agamennone, re di Argo e capo supremo degli Achei nella guerra di Troia. Ma soprattutto Halesus era progenitore di Morrius, primo monarca di Veio, vicina e prospera alleata. Particolare fu anche il rapporto con i Capenati, una piccola comunità compresa tra Agro falisco e Sabina tiberina, che nel VI e V secolo a.C. influenzò i Falisci sia dal punto di vista culturale che linguistico.

Secondo alcuni studi, i Falisci furono i protagonisti anche di una delle prime migrazioni di popolazioni indeuropee in Sardegna: nel IV secolo a.C. fondarono su un colle calcareo la città di Feronia (forse identificabile con l’attuale Posada, oggi in provincia di Nuoro) sulla costa nord-orientale dell’isola.

I rapporti con Roma

I Falisci si schierarono apertamente a fianco degli Etruschi contro le prime mire espansionistiche dei Romani: si allearono sia con gli abitanti di Fidene nel 437-436 che con quelli di Veio, fra il 402 e il 395 a. C.

Nel 394, appena dopo la capitolazione della potentissima Veio (395) Falerii venne conquistata dal dittatore romano Marco Furio Camillo. Alla presa della città è legato il leggendario racconto di un maestro di scuola falisco che condusse i suoi alunni fuori dalle mura della città e li consegnò al generale romano invitandolo a usarli come ostaggi per impossessarsi senza sforzo della capitale falisca. Camillo non solo rifiutò il piano dell’incauto insegnante ma rimandò indietro il pedagogo con le mani ben legate dietro la schiena e sospinto a forza fin dentro l’assediata Falerii dai colpi di verga dei suoi alunni. Tradizione vuole che la lealtà del gesto colpì così tanto i Falisci da portarli ad accettare subito la pace romana.

In ogni caso, dopo la caduta di Veio, che fece di Roma lo stato più esteso del Lazio e dell’Italia centrale, il territorio falisco divenne una sorta di stato-cuscinetto nei confronti dell’espansione romana. Ma la pace durò solo qualche decennio: quando nel 358 a.C. Tarquinia insorse contro Roma, anche i Falisci presero di nuovo le armi per provare a sconfiggere il loro potente vicino. Ma capitolarono di nuovo. E nel 351 a.C. furono costretti ad una forzata alleanza che prevedeva la nascita di una guarnigione romana fin dentro le mura di Falerii.

Una nuova ribellione prese corpo più di cento anni dopo, nel 241, all’inizio della prima guerra punica. Ma questa volta la vendetta di Roma fu spietata: nella repressione morirono quasi 15.000 falisci. La città, fino ad allora arroccata su uno sperone di tufo, venne rasa al suolo. I pochi abitanti superstiti, privati di tutti i loro averi e di parte delle loro terre, annesse a Roma come bottino di guerra, vennero deportati in un’area meno difendibile, nell’area pianeggiante del fondovalle, dove venne edificata Falerii Novi: la città fondata all’incrocio tra la Via Amerina e la Via Cimina, contava più di due chilometri di mura, 50 torri e 6 porte d’accesso.

Roma celebrò il trionfo sui Falisci con la costruzione sul Celio di un tempio dedicato a Minerva Capta dove venne posta in modo solenne una statua della dea asportata dalla città sottomessa. Da quel momento l’antico popolo italico cessò di avere una storia distinta da quella romana anche se i Falisci vennero citati tra gli alleati italici dei Romani che nel 216 parteciparono alla battaglia di Canne contro le truppe di Annibale.
Falerii, federata con Roma, conservò comunque i suoi culti originari. Un santuario federale dei Falisci, sacro a Giunone Curite, divinità di carattere guerriero, era frequentato ancora in età romana dal poeta Ovidio insieme alla moglie e alla suocera (Ov., Am., III, 13, 27-33).

Altri luoghi di culto erano riservati a Apollo, Minerva e Mercurio. E a un Giano quadrifonte, che a Roma appare come Janus quadrifrons (Servio, ad Aen., VII, 607). Ma i Falisci, insieme a Sabini, Etruschi e Latini veneravano anche Soranus, l’antica divinità italica che abitava il Monte Soratte, i cui festeggiamenti mostravano evidenti somiglianze i Lupercalia dei Romani.

Le usanze funerarie erano più affini a quelle degli Etruschi che a quelle dei Latini e degli Osco – Umbri. Nella prima metà dell’VIII secolo a.C., prevaleva il rito della incenerazione: le ceneri venivano raccolte in un vaso di forma sferica, inserite in una custodia di pietra e poi depositate in un pozzetto scavato nel terreno. A partire dalla seconda metà dell’VIII secolo a.C. iniziò a prendere piede il rito dell’inumazione, all’interno di fosse scavate a terra. La salma veniva adagiata dentro dei tronchi d’albero scavati all’interno o in sarcofagi di pietra. Accanto, venivano posti gli oggetti che dovevano accompagnare il defunto nell’aldilà. Il corredo funebre era caratterizzato anche da oggetti più raffinati, spesso importati dalla Grecia o dall’Asia minore. Poi le fosse usate come sepolture vennero via via trasformate in loculi verticali, sigillati da muretti. E qualche centinaio di anni dopo, quando le capanne dei primi abitati falisci iniziarono a trasformarsi in più solide case in muratura, cambiarono anche le sepolture: tombe più grandi, a camera, sostenute da colonne centrali, spesso decorate con grande maestria.

La vicinanza del fiume Tevere, la più importante via di comunicazione dell’Italia centrale, contribuì in modo determinante allo sviluppo dell’agricoltura e dell’allevamento, favoriti dalla conformazione stessa del territorio falisco, caratterizzato da ampi e fertili pianori tufacei. La disponibilità di acqua e di argilla, diffusa in tutta l’area, fecero dei Falisci (che possedevano grazie al rapporto con gli Etruschi anche buone conoscenze nella lavorazione dei metalli) degli eccellenti artigiani: alla fine del IV secolo, quando dopo la sconfitta di Atene nella guerra del Peloponneso in tutto il Mediterraneo arrestò il fiorente commercio dei vasi attici, in terra falisca si sviluppò una produzione di maestose terrecotte e di vasi a figure rosse, di grande raffinatezza. Simbolo di questa straordinaria qualità artistica è un reperto archeologico di grande valore: il celebre “Cratere dell’Aurora”, custodito al Museo nazionale etrusco di Villa Giulia a Roma.

Bibliografia

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