Ernici
Il territorio degli Ernici si estendeva nel Lazio antico, tra il lago Fucino e le valli del fiume Liri e del fiume Sacco, una volta noto come Trero. Qui sorgevano gli antichi centri ernici di Capitulum Hernicorum (dall’identificazione incerta, forse l’attuale Piglio, un centro edificato in posizione strategica dal quale si poteva controllare sia la valle del Sacco che quella dell’Aniene) Anagnia (Anagni), Aletrium (Alatri), Ferentinum (Ferentino), Verulae (Veroli) e Felciae (Fiuggi), insediamenti antichissimi in cui si sono conservati fino ai giorni nostri i resti delle acropoli e di imponenti mura poligonali.
Storia e origini
Gli Ernici a nord confinavano con le terre degli Equi, a sud con quelle dei Volsci e ad ovest con i Latini e l’area prenestina.
La loro origine è avvolta nel mistero. A partire dalla lingua, di sicuro appartenente al ceppo osco-umbro ma, di fatto ancora sconosciuta. Solo due parole dell’antico dialetto sono giunte fino a noi. Le cita Marco Aurelio in una lettera indirizzata al suo colto precettore, il maestro Frontone. Sono buttuti, un termine che serviva a indicare dei canti intonati dalle donne durante alcune cerimonie religiose e samentum, il nome della pelle di un animale sacrificato agli dei e indossata dal sacerdote durante il rito sacro. Tre brevi iscrizioni di una probabile lingua ernica sono state ritrovate in tempi più recenti ad Anagni, impresse su alcuni frammenti ceramici ma non hanno contribuito a chiarire in modo definitivo le origini di una lingua di famiglia osco umbra ma ancora misteriosa.
Con ogni probabilità gli Ernici migrarono dagli Appennini nel Basso Lazio forse agli inizi dell’Età del Ferro e di certo prima di altri popoli sabellici. Nel suo commento all’Eneide Servio scrisse che nacquero in seguito ad una primavera sacra dei Sabini: «Sabinorum lingua saxa hernae vocantur. Quidam dux magnus Sabinos de suis locis elicuit, et abitare secum fecit saxosis in montibus. Unde dicti sunt Hernici». (Serv. A. 7, 684). Lo stesso nome del popolo deriverebbe da una parola sabina ma comune a tutti i popoli dell’Appennino: herna, ossia “pietra”, a perpetuo ricordo dei monti scoscesi da cui gli Ernici ebbero forse origine prima di approdare alle più comode valli laziali.
Un’altra tradizione, sostenuta per la prima volta da Marco Verio Flacco e tramandata sia da Paolo Diacono nell’Epitome a Festo sia dallo Scoliasta Veronese, considerava invece herna un termine marso. Anagnia sarebbe quindi la “città di pietra” fondata da un gruppo di coloni marsi: «Hernici dicti a saxis quae Marsi herna dicunt» (P. Diacono, p.89). Molti anni dopo, in pieno V secolo, lo scrittore e grammatico Macrobio, ricostruì la storia degli Ernici nel segno del mito, chiamando in causa i Pelasgi. Siccome nell’Eneide si legge che gli Ernici affrontavano la battaglia con un solo calzare, come il popolo greco degli Etoli, suppose (confortato dal mitografo Igino) che fossero proprio i Pelasgi i progenitori degli Ernici. E che fu un loro mitico condottiero, Hernicus, a dare il nome al suo popolo dopo aver guidato l’avventurosa migrazione nella penisola italiana.
Degli Ernici parla Strabone, che in relazione a Roma, li cita tra i popoli vicini, distinti anche dagli Aborigeni. Come molti altri popoli italici, gli Ernici non costituirono mai un’entità statale. Al massimo formarono una lega concentrata intorno al centro di Anagnia: qui si trovava quello che Livio chiama Circus Maritimus, in cui si riuniva l’assemblea dei rappresentanti delle città erniche e che doveva svolgere una funzione simile a quella del Fanum Voltumnae per la dodecapoli etrusca e al Monte Albano per i Latini.
Rapporti con i Romani
Alleati con Roma al tempo di Tarquinio il Superbo, dopo alcune guerre al principio del 4° sec. a.C. furono sottomessi nel 360; tentarono di sollevarsi ancora nel 306, ma furono subito vinti.
I rapporti con i Romani furono altalenanti ma segnati da una alleanza storica, quella che strinsero al tempo del re Tullio Ostilio (672 a.C.) con i Romani e i Tuscolani, nella guerra combattuta contro Veio. Un condottiero anagnino, Levio Cispio, comandante supremo dell’esercito ernico, difese Roma dall’attacco degli Albani, e i Romani in segno di riconoscenza chiamarono il colle che aveva difeso, parte del monte Esquilino, come Colle Cispio
A metà del VI secolo a.C. Alatri, Anagni, Ferentino e Veroli strinsero un’alleanza (Lega Ernica) per difendersi dall’espansionismo di Volsci e Sanniti. Dionisio di Alicarnasso, riferisce che nel 530 a.C. Tarquinio il Superbo, per estendere la potenza di Roma nel Lazio, strinse alleanza con 47 città, sedici delle quali erano erniche. E per cementare il patto militare e politico, istituì anche le “Ferie Latine”, delle feste religiose che venivano celebrate ogni anno sul Monte Cavo, nel tempio di Giove Laziale.
Quando nel 508 a.C., dopo 22 anni di regno, Tarquinio fu cacciato da Roma ed accolto dal re degli Etruschi Porsenna, chiese aiuto agli Ernici perché lo riportassero sul trono. Ma l’esercito del popolo italico venne subito fermato dal dittatore Aulo Postumio Albo Regillense. Qualche anno dopo, nel 496 a.C., gli Ernici vennero duramente sconfitti nella Battaglia del Lago Regillo da Ottavio Mamilio e da Sesto Tarquinio. Ma continuarono con i saccheggi nell’agro romano. Nel 486 erano ancora abbastanza forti da concludere un trattato di uguaglianza con i Latini. Dopo il catastrofico saccheggio di Roma da parte dei Galli Senoni (390 a.C.) insieme ai Latini, abbandonarono il Foedus Cassianum e inviarono soldati in aiuto dei Volsci e degli Equi. La guerra aperta fra Roma e gli Ernici riprese nel 362 a.C. Gli Ernici vennero sconfitti a più riprese tanto che nel 358 a.C. nei territori sottratti al popolo italico venne istituita una nuova tribù romana, la Publilia, quest’ultima probabilmente insediata nei territori sottratti agli Ernici.
Dopo cinquanta anni di pace, l’ultimo atto: nel 306 a.C. Anagnia dichiarò guerra a Roma ma fu sconfitta rapidamente dall’esercito romano condotto dal console Quinto Marcio Tremulo. La lega ernica è distrutta; Alatri (Aletrium), Ferentino (Ferentinum) e Veroli (Verulae), rimaste fedeli, ottennero singoli trattati di alleanza con Roma; alle altre città fu data la civitas sine suffragii latione e tolto il diritto di concilio e connubio (Livio, IX, 43).
Nell’anno 225 a.C. il nome degli Ernici, come del resto quello dei Volsci già non compare più nella lista delle popolazioni italiche che Polibio elenca tra quelle in grado di fornire truppe. Con ogni probabilità, già in quella data, gli Ernici avevano ottenuto la completa cittadinanza romana.
Bibliografia
Fonti antiche
Polibio, Storie.
Marco Terenzio Varrone, Opere.
Marco Tullio Cicerone, De officiis (44 a.C.)
Publio Virgilio Marone, Eneide (29-19 a.C.)
Tito Livio, Ab Urbe condita libri CXLII (27 a.C. – 14 d.C.)
Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane (fine I secolo a.C.)
Fonti storiografiche
Marcello Durante, I dialetti medio-italici, in “PCIA”, vol. 6 (1978)
Giovanni Colonna, I Latini e gli altri popoli del Lazio, in Anna Maria Cieco Bianchi (a cura di), Italia omnium terrarum alumna (1988).
Giovanni Colonna, Appunti su Ernici e Volsci, “Eutopia”, vol. 4 n. 2 (1995).
Sandra Gatti e Maria Romana Picuti (a cura di), Fana, templa, delubra. Corpus dei luoghi di culto dell’Italia antica (2008).
Massimiliano Mancini, I Volsci e il loro territorio, Frosinone, Mancini Editore, 2013.
Giuseppe Capone, Un antico popolo italico. Gli Ernici, Alatri, Antica Stamperia Tofani, 2006.
Giuseppe Capone, Monumenti megalitici in Terra Ernica, Castelliri, 1993.
Giuseppe Capone, Hernica Mater. Alatri, la sua storia, i suoi personaggi, per il Circolo filatelico – numismatico di Alatri, Alatri, Arti Grafiche Tofani, 1995.
Giuseppe Micali, Storia degli antichi popoli italiani, 2ª ed., Milano, 1836.
