Bruzi

Popolo disceso nel meridione della penisola dall’Italia Centrale. Si stabilì nella zona della Sila soggiogando i popoli indigeni (Enotrî e Siculi) che risiedevano in quel territorio. Affini ai Lucani, come suggerisce l’onomastica. Forse parte di una più ampia popolazione lucana respinta e costretta a spostarsi nel sud-ovest della penisola italica. Lo scrittore romano Pompeo Trogo sosteneva che discendessero dai Lucani ai quali si ribellarono intorno al 356 a.C.

Così descrisse la situazione Diodoro Siculo (XVI, 15): «In Italia si raccolse nella Lucania una moltitudine di uomini raccogliticci da ogni parte, per lo più schiavi fuggiti. Costoro da prima si diedero al brigantaggio e con le incursioni ben tosto si addestrarono alle opere di guerra; di modo che, prevalendo sugli indigeni, ebbero notevole incremento. E per prima distrussero Terina, poi Ipponio e Turî e molte altre città, e si crearono uno stato e presero il nome di Brettioi per il fatto di essere in gran parte schiavi; giacché gli schiavi sfuggiti nel dialetto degl’indigeni si dicevano Brettioi» (cfr. XII, 22 e Strab., VI, 255).

Definiti con diversi nomi nelle fonti storiografiche: Bruttii, Brittii, Bruttates, Βρέττιοι, Βρέντιοι, Βρύττιοι, battevano una propria moneta e parlavano sia l’osco che il greco, tanto che Ennio li definì «bilingues Bruttates».

Storia e origini

Combatterono contro Alessandro d’Epiro e Agatocle di Siracusa. Nella seconda metà del IV secolo il sovrano macedone conquistò le città di Consentia e Terina ma poi venne sconfitto a Pandosia (331).

Agatocle di Siracusa espugnò Ipponio (300 a. C.), ma la sua fu una vittoria effimera. I Bruzî alla fine restarono indipendenti: non rispettarono i patti seguiti alla loro sconfitta militare: uccisero i Siracusani lasciati a presiedere la città e recuperarono gli ostaggi che avevano consegnato al nemico.Nel III secolo formarono una confederazione indipendente che dal confine nord, nei pressi dei centri di Lao e Turi, arrivava fino all’Aspromonte. Strapparono ai Greci le città di Tempsa e Petelia ma tendevano a vivere in montagna, evitando di avvicinarsi troppo alla costa. Quindi Scylacion, Caulonia, Locri e Regium rimasero centri controllati dai coloni della Magna Grecia. Tito Livio (XXX, 19) oltre alla capitale Consentia (la «Consentia urbs magna Bruttiorum citata anche da Appio Claudio Cieco) elenca tutta una serie di altre città: Bergae, Besidiae, Aufugum,Ocriculum, Lymphaeum, Argentanum e Clampetia.

Rapporti con i Romani

I Bruzi scelsero di allearsi con Pirro nella guerra che il sovrano della Grecia nord occidentale ingaggiò contro i Romani per soccorrere i Tarantini minacciati dall’espansionismo della Repubblica (282 – 272 a.C.).

Le conseguenze furono devastanti: Roma celebrò il trionfo «de Lucaneis Brutticis Samnitibus» e i Bruzi persero metà della Sila che viene dichiarata pubblico dominio (Dion. Hal., XX, 15).

Nel territorio fino ad allora controllato dall’antico popolo italico furono fondate colonie romane (Tempsa e Crotone) e latine (Copia e Vibo Valentia).

I Bruzî tornarono a combattere Roma schierandosi con Annibale nella seconda guerra punica. Le truppe del condottiero cartaginese si fermarono per lungo tempo nel loro territorio, come testimoniano i resti dei Castra Hannibalis, ancora presenti nei pressi della odierna Marina di Catanzaro.

Ma con la sconfitta dell’alleato cartaginese tramontò, fino a scomparire, anche il loro peso politico. La punizione romana, come di consueto, fu rapida e spietata: i Bruzi non vennero considerati come socii e nemmeno furono ammessi nell’esercito della Repubblica, come avvenne per altre popolazioni italiche. Le città del Bruzio furono chiamate alleate/federate. Un’alleanza ineguale: non potevano coniare monete né stipulare nessun tipo di rapporto con gli altri popoli. Di fatto, diventarono servi dei magistrati romani che li chiamarono in senso dispregiativo Bruttiani (Festo, Ep., 31-12; Gellio, X, 3, 16 segg.; Appiano, Hann., 61). All’interno del loro territorio furono fondate colonie romane (Tempsa e Crotone) e latine (Copia e Vibo Valentia).

All’inizio del 132 a.C. la magistratura romana decretò la costruzione di una strada che congiungesse stabilmente Roma con la Civitas foederata Rhegium, l’odierna Reggio Calabria, posta all’estremità meridionale della penisola italiana: era la Via Popilia, da Popilio, il politico di origine etrusca che iniziò l’opera poi conclusa dal pretore Tito Annio Lusco che volle celebrare la sua impresa edile con una lapide ritrovata a Polla, in provincia di Salerno.

La terra silana fu teatro anche delle imprese di Spartaco (73 a.C.) che capeggiò la rivolta degli schiavi passata alla storia come la Terza Guerra Servile. Quando nel 71 a.C. dopo due anni di scontri sanguinosi, l’esercito di Spartaco venne accerchiato e sconfitto dal console Licinio Crasso, nei pressi del fiume Sele, centinaia di Bruzi morirono in battaglia o vennero crocifissi.

Più di tre secoli dopo, l’imperatore Diocleziano, nominò un corrector Lucaniae et Brittiorum: risiedeva nella città di Reggio, definita «metropoli della Brettia» e dipendeva in modo diretto dal vicarius urbis Romae.

Nel Medioevo il nome Calabria si trasferì dalla penisola salentina alla zona abitata dai Bruzî.

Bibliografia

Th. Mommsen, Röm. Staatsrecht, III, Lipsia 1887;Marquardt, Röm. Staatsverwaltung, I, 2ª ed., Lipsia 1881, p. 222 segg.; H. Nissen, Italische Landeskunde, I, Berlino 1883, pp. 244, 535;

Pais, Storia della Sicilia e della Magna Grecia, I, Torino 1896, cap. i e ii; G. De Sanctis, Storia dei Romani, III, ii, Torino 1916, pp. 251, 273;

P.G. Guzzo, Le città scomparse della Magna Grecia, Roma 1982.

Pugliese Carratelli (ed.), Megale Hellàs. Storia e civiltà della Magna Grecia, Milano 1983.

Settis (ed.), Storia della Calabria antica, I-II, Roma – Reggio Calabria 1987-94.

Greco, Archeologia della Magna Grecia, Roma – Bari 1992.

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