Sanniti

«Di tutti i popoli e le tribù con cui i Romani si trovarono a combattere per la supremazia in Italia, nessuno fu più minaccioso dei Sanniti. Forti e valorosi, possedevano un territorio più ampio e un temperamento più risoluto di qualsiasi altra popolazione della penisola. Abbastanza numerosi e coraggiosi da rifiutare di sottomettersi a Roma, le opposero una resistenza militare e politica delle più strenue. È un luogo comune dire che essi, ed essi soli, rivaleggiarono in modo veramente temibile con Roma per assicurarsi l’egemonia sull’Italia peninsulare, avvicinandosi considerevolmente al successo.
Per mezzo secolo e più, dal 343 al 290 a.C., impegnarono i Romani nei tre conflitti noti come guerre sannitiche e riaccesero la lotta contro essi ogni volta che se ne offrì l’occasione nel corso dei due secoli seguenti. Nel I secolo a.C., in occasione dell’ultima grande insurrezione degli Italici contro il dispotismo romano, i Sanniti presero ancora una volta le armi mostrando, secondo il solito, maggiore tenacia e più risoluta volontà di resistenza di tutti gli altri insorti.
Anche la loro influenza sui Romani fu, per un lungo e cruciale periodo, costante, immediata, inevitabile: si potrebbe dire che essi li incitarono e li spronarono sulla strada dell’impero».

(E.T. Salmon, “Il Sannio e i Sanniti”, Einaudi 1985)

 

Storia e origini

Tra il terzo e il secondo millennio a.C. il cuore della penisola italiana fu meta di migrazioni di genti indoeuropee tra le quali gli Umbri e i Sabini (Safinos) provenienti dalle regioni montane del Caucaso. Di comune origine e lingua, entrambe praticavano l’allevamento ovino e bovino, motivo per il quale scelsero l’Appennino centrale – tra l’attuale Umbria meridionale, la provincia di Rieti e il nord dell’Abruzzo – come territori ideali per il loro stanziamento.

Con l’avanzare dei secoli, l’aumento della popolazione e degli animali causò, tra queste genti, aspri conflitti per il dominio dei pascoli di quell’area; ciò spinse gli Umbri ad occupare nuovi territori a nord, mentre i Sabini diedero vita a migrazioni dirette verso l’Appennino centrale e meridionale.

Erano queste chiamate “Primavere Sacre”, cioè spostamenti di intere generazioni di giovani consacrati a una divinità, che tra la fine dell’Età del Bronzo e i primi secoli dell’Età del Ferro (1200- 600 a.C circa) diedero origine a nuove comunità territoriali. I giovani, con le loro spose, le armi e gli armenti, venivano affidati ad un condottiero sacerdote più anziano e partivano al seguito di un animale assunto come totem: nel caso dei Sanniti un toro, per i Piceni un picchio mentre gli Irpini scelsero un lupo.

Fu così che nell’Italia centro meridionale, fra invasioni e integrazioni di nuovi arrivati con le popolazioni indigene preesistenti, vennero a formarsi tante piccole nazioni (Tútas) indipendenti tra di loro aventi in comune linguaggio, usi, costumi e religione, destinate a gettare le basi delle divisioni territoriali di provincie e regioni che conosciamo ancor oggi, dalla Sabina alla Calabria settentrionale.

Le genti che popolarono tale larga parte della penisola sono conosciute con nomi quali: Vestini, Equi, Piceni, Peligni, Marsi, Volsci, Marrucini e, appunto, Sanniti per fare solo degli esempi. Nel sesto secolo a.C. la situazione politica dell’Italia appenninica era quella riportata dalla cartina pubblicata qui di seguito; Roma in quel momento storico era ancora una città stato che combatteva per affermarsi sui vicini centri latini.

I Sanniti e i popoli confinanti. Cartina tratta dal volume di E.T. Salmon, “Il Sannio e i Sanniti”, Einaudi 1985.

 

Le cinque tribù sannite

La Primavera sacra (in latino Ver Sacrum) che diede origine ai Sanniti (Samnites in latino) è raccontata da diverse fonti antiche tra le quali brani di Strabone e Festo.

Nella loro lingua i giovani Sabini consacrati al dio Mamerte, che decisero di fermarsi tra il sud Abruzzo e il Molise, continuarono a chiamare se stessi Safinos e Safinìm il loro stato-nazione (Samnium in latino) destinato a divenire in pochi secoli la più grande e forte comunità territoriale di tutti gli Italici. Divisi ulteriormente nelle cinque Tútas dei Carricini, dei Pentri, dei Frentani, dei Caudini e degli Irpini, i Sanniti occuparono e abitarono per secoli vastissimi territori che andavano dall’attuale Abruzzo meridionale al Molise fino a tutta la Campania interna e alla Basilicata. Storici e archeologi, tra i quali Adriano La Regina, sono convinti che da una migrazione partita dal territorio sannita della Val di Sangro nacque anche la Túto dei Lucani, figli dunque dei Safinos come forse anche i Bretti o Bruzi della Calabria interna.

La storiografia antica, romana e greca, ha sempre descritto questo popolo come dedito prevalentemente alla pastorizia, articolato in insediamenti sparsi, organizzato in Tútas federate in caso di guerra e caratterizzato da una marcata bellicosità. Insieme ai Marsi i Sanniti furono infatti celebrati dagli stessi nemici come i più grandi guerrieri dell’Italia antica.

Politica e religione

L’unità politico-amministrativa dei Sanniti era dunque la Túto una sorta di comunità a base territoriale ed etnica guidata da un Meddíss Tútíks, il capo dello stato (e, insieme, sacerdote massimo) che veniva eletto ogni anno e poteva essere rieletto, anche più volte.

Nella vita pubblica e privata dei Sanniti la religione svolgeva un ruolo importante, fondendo elementi autoctoni antichissimi con alcuni influssi greci. Politeisti, concepivano il proprio mondo come popolato di forze e spiriti che ispiravano timore reverenziale e con cui era necessario instaurare buone relazioni. Documento preziosissimo della religione sannita è la Tavola Osca, detta anche “Tavola di Agnone”, una tavoletta di bronzo risalente al terzo secolo a.C. che misura 27×16 centimetri, trovata nel 1848 nel territorio di Capracotta (Alto Molise) e conservata attualmente presso il British Museum di Londra.

Scritta in lingua osco-sannitica, elenca 14 divinità agresti venerate in un santuario di montagna. Tra queste la principale è Kerres (corrispondente grosso modo alla Cerere latina e alla dea greca Demetra) alla quale era dedicato l’Orto sacro di cui la Tavola riporta il calendario di celebrazioni; vi sono poi Herekles (Ercole italico), Diuvo padre l’irrigatore o Ammai, conosciuta in tutta l’antichità classica come la dea Maja. Altre principali divinità sannite ricevute in dote dai padri sabini furono Mamerte (grosso modo il dio Marte per i Romani) e la dea Viktorro (Vittoria o forse anche Vacuna sabina). La divinità nazionale dei cugini Marsi fu invece Anxa chiamata Angitia dai Latini.

L’espansione del Sannio

I Sanniti, grandi allevatori di bestiame, “inventarono” la pratica della transumanza del bestiame su lunghe distanze tanto che, per assicurarsi terreni agricoli e soprattutto i pascoli di pianura necessari a spostare d’inverno i loro animali, essi occuparono parte dei territori dei Dauni (Puglia settentrionale) e degli Etruschi che nel quinto secolo a.C. vivevano nell’attuale Campania.

A questi ultimi tolsero la ricca città mercantile di Capua (455 a.C. circa) ed altri centri; fondarono anche colonie proprie come la città portuale di Pompei e divennero padroni di centri importanti come Cuma e Nola invadendo persino la greca Neapolis (Napoli), mentre i loro “figli” Lucani si impadronirono per almeno due secoli della antica Poseidonia che chiamarono Paistom, divenuta poi Paestum per i Romani.

Fu proprio a causa dell’espansione verso ovest che a partire da metà del quarto secolo a.C. la potenza sannita si scontrò inevitabilmente con Roma, che aveva nel frattempo allargato i confini della sua influenza dal Lazio centrale alla Campania del nord.

Le “guerre sannitiche”

Nella loro espansione verso sud i Romani si scontrarono dunque con i Sanniti che alla metà del IV secolo a.C. avevano un territorio di gran lunga più esteso di quello romano ed avevano anche un esercito più numeroso ed organizzato.

Nel 354 a.C., quando vennero in contatto, Romani e Sanniti (in particolare la Túto dei Pentri) stipularono un accordo di non belligeranza nel quale riconoscevano le rispettive zone di influenza a scapito dei Volsci, popolazione italica di cui si spartirono il territorio. Ma il conflitto riesplose pochi anni dopo (343 a.C.) e ogni volta che Roma tentò una espansione in territori controllati dai Sanniti o sorgevano questioni di influenza: non c’era posto, in realtà, nell’Italia peninsulare del centro sud, per due potenze tanto aggressive e forti.

Lo scontro durò complessivamente per oltre mezzo secolo e gli storici antichi parlano di ben tre guerre consecutive che Roma dovette combattere prima di avere la meglio sulla Lega Sannitica, la quale si era intanto costituita proprio per far fronte al titanico confronto armato con la potenza crescente della Repubblica della Lupa.

Furono conflitti aspri, estenuanti e sanguinosissimi che coinvolsero le regioni e i popoli circostanti e che durarono quasi ininterrottamente almeno fino al 293 a.C.

L’esito fu a lungo incerto. I Sanniti, militarmente preparati e schierati in formazioni flessibili, seppero sfruttare l’abilità di combattere in territorio montani che solo loro conoscevano alla perfezione. Famoso fu l’episodio delle Forche Caudine (secondo la tradizione avvenuto nel 321 a.C.) nel quale un esercito romano di oltre ventimila uomini, accerchiato dai Sanniti comandati da Gavio Ponzio nella gola di Caudio presso l’odierna Montesarchio, dovette arrendersi e i legionari, gli ufficiali e anche i consoli dovettero passare disarmati sotto un giogo formato da lance sannite, inchinandosi così davanti ai loro vincitori. Fu questa per Roma una scottante e umiliante sconfitta che mai sarà dimenticata.

Dopo un episodio di tale gravità i Romani posero mano ad una profonda riorganizzazione del loro esercito dividendolo in unità più piccole e agili, adatte a combattere in territori montuosi (i manipoli).

Dai Sanniti impararono molte tattiche e da loro copiarono anche alcuni elementi dell’armamentario. La terza e ultima fase delle cosiddette “Guerre Sannitiche” prese avvio nel 298 a.C. su base più ampia perché ai Sanniti si erano aggiunti Etruschi, Galli Senoni e Umbri.

I Romani però uscirono vincitori dal conflitto perché seppero abilmente impedire ai vari eserciti alleati di congiungersi tra loro. Le due battaglie decisive furono quelle di Sentino (295 a.C.) – famosa nell’antichità come la “Battaglia delle Nazioni” e che fu decisiva per stabilire chi dovesse dominare l’Italia – e quella di Aquilonia (293 a.C.).

In seguito a queste due sconfitte i popoli alleati stipularono con Roma trattati di pace separate, mentre i Sanniti continuarono la loro indomita resistenza. Questa durò per diversi altri anni, soprattutto da parte della Túto dei Carricini, fino alla capitolazione definitiva quando, dopo aver subito terribili devastazioni del loro territorio, essi dovettero stipulare la pace che li rendeva, come gli altri, socii di Roma cioè alleati forzati attraverso patti non certo equi. Con la vittoria definitiva su Pirro e sugli alleati Sanniti e Tarantini avvenuta nei pressi di uno dei principali centri degli Irpini, Maloenton (Beneventum), nel 275 a.C. Roma conquistava una posizione egemonica in tutto il centro-sud e solo allora, come scrive lo storico inglese E.T. Salmon, dopo aver superato la potenza sannita essa poté pensare di avviarsi verso la conquista del mondo conosciuto.

La “Guerra sociale” e la guerra civile

Per oltre 170 anni i socii Italici, e in particolare Marsi e Sanniti, costituirono la miglior parte dell’esercito romano. Grazie al loro decisivo apporto, la Repubblica poté respingere invasioni dal nord o sconfiggere Cartagine diventando la potenza egemone su gran parte del Mediterraneo. Tra il 104 e il 102 a.C. il console Caio Mario riuscì a sconfiggere due orde di barbari, Cimbri e Teutoni, che a centinaia di migliaia avevano minacciato la penisola italiana. Quando tornò in patria da vincitore fu acclamato come «terzo fondatore di Roma».

Lui sapeva bene che parte del successo era dovuto al valore dei soldati Sanniti e Marsi, questi ultimi guidati da Quinto Poppedio Silone, un valoroso generale che lui definì «l’Annibale italico».

Il comandante Quinto Poppedio Silone

Proprio il comandante marso divenne di lì a poco il campione delle richieste italiche nei confronti della Repubblica: i diritti di cittadinanza e pari dignità che, negati da anni dalla fazione conservatrice del Senato e del popolo romano, furono il motivo scatenante della più pericolosa guerra che Roma dovette affrontare da quando era stata fondata, la guerra dei socii contro la città dominatrice detta, per questo, “Guerra sociale”.

Denominata anche “guerra italica” o “guerra marsica”, durò dal 91 all’88 a.C. e vide scendere in armi contro Roma tutti i popoli dell’Italia centrale ad essa fino ad allora alleati. La guerra scoppiò nell’autunno del 91 a.C. quando il tribuno Livio Druso venne assassinato da membri della fazione oligarchica e conservatrice del Senato romano. Druso era stato il fautore della legge che avrebbe dovuto estendere la piena cittadinanza alle popolazioni italiche, proposta che aveva suscitato grandi aspettative presso quelle genti che l’attendevano da almeno due generazioni.

Il suo assassinio scatenò la rivolta delle toutas, in testa quella dei Marsi, che si sentirono tradite da Roma. In quanto ai Sanniti Pentri essi covavano da tempo il sogno di affrancarsi da Roma e ottenere l’antica dignità di popolo indipendente. Perciò insieme ai Marsi si posero a capo dell’insurrezione. Gli insorti costituirono una Confederazione e stabilirono una propria capitale, Corfinio, nell’attuale Abruzzo, in provincia di L’Aquila. Il nuovo stato dichiarò apertamente la propria indipendenza da Roma, creò un senato di 500 membri e coniò persino proprie monete che recavano impresso, per la prima volta nella storia, il nome e di quella nuova nazione, Viteliú, il termine osco che i latini traducevano nella parola Italia.

Nella sala n. 6 del Museo Civico Archeologico di Corfinio (L’Aquila) è possibile ammirare una moneta su cui appare impressa, per la prima volta, la scritta Italia (Viteliu in osco).

La Lega italica schierò un esercito di oltre 100.000 uomini al comando di due valenti condottieri: il marso Quinto Poppedio Silone, che guidava le truppe a nord (area sabino-picena fino al sud dell’attuale Abruzzo) e il sannita Gavio Papio Mutilo a sud.

Per non soccombere durante il terribile scontro, all’inizio del quale subì pericolose sconfitte, Roma decise di cedere gradualmente il diritto di cittadinanza prima agli Italici che non avevano preso le armi poi a tutte le tútas che avessero deciso di cessare il conflitto (89 a.C.).

Mentre gran parte dei rivoltosi deposero le armi, Sanniti, Marsi e Lucani continuarono la lotta fino alle cocenti sconfitte inflitte loro da Lucio Cornelio Silla nell’88 a.C., anno in cui trovò la morte il formidabile comandante Quinto Poppedio Silone.

Per i Sanniti la guerra fu come sospesa: si ritirarono in posizione difensiva sulle loro montagne con i Romani impegnati in aspri contrasti interni fra la fazione mariana dei democratici e quella sillana dei nobili conservatori. Silla fu inviato in Oriente a combattere il re Mitridate e Mario, accettando tutte le richieste degli Italici, nell’87 a.C. li rese cittadini.

I Sanniti rimasero in armi in attesa del ritorno di Silla, loro nemico giurato, che avvenne quattro anni dopo. Quando Lucio Cornelio Silla sbarcò a Brindisi nella primavera dell’83 a.C. decise di marciare con il suo esercito contro la stessa Roma dove comandava la fazione mariana alleata dei Sanniti. Era l’inizio della guerra civile combattuta tra l’83 e l’82 a.C.

I Sanniti vi presero dunque parte al fianco delle forze democratiche; verso la fine del conflitto un grande esercito sannita, guidato dal valente condottiero Ponzio Telesino, marciò audacemente su Roma giungendo fino alle porte della città; era il primo novembre dell’82 a.C. e lo scontro che lì si svolse è noto nella storia come la battaglia di Porta Collina.

Le schiere di Silla, schiacciate dai Sanniti contro le mura della città, furono salvate dall’improvviso arrivo dell’alleato Marco Licinio Crasso e del suoesercito. Dopo un aspro combattimento, durato un giorno e una notte, i due comandanti romani riuscirono a vincere. Ponzio Telesino cadde sul campo e tutti i giovani prigionieri sanniti sopravvissuti vennero trucidati senza pietà dai soldati di Silla. Questi, diventato dictator di Roma, fece perseguitare e uccidere tutti i propri avversari politici e comandando il genocidio delle genti sannite. Inviò infatti due eserciti nel Sannio dei Pentri con il preciso scopo di cancellare dalla faccia della terra e dal racconto della storia – con una vera e propria damnatio memoriae – quella nazione che non aveva mai voluto rinunciare alla propria libertà e aveva osato sfidare fino all’ultimo il destino di Roma. A chi chiedeva a Silla il perché di tanto odio nei confronti dei Sanniti, lui rispondeva: «Sino a che un solo villaggio sannita sarà in vita Roma non sarà mai al sicuro».

 

Italia e Roma insieme

Nove anni dopo, nel 73 a.C., un’ultima rivolta contro Roma fu capeggiata dal gladiatore Spartacus che riuscì a riunire un grande esercito di schiavi, ex soldati e nemici della Repubblica, – tra i quali Italici e gli ultimi Sanniti ancora – seminando rovine per quasi due anni lungo la penisola, fino a quando non fu raggiunto e sconfitto dal console Crasso. Nel frattempo, però, a Roma la situazione politica era molto cambiata.

La morte di Silla nel 78 a.C. e l’ingresso di gran parte degli Italici nello stato romano stava provocando un profondo cambiamento della natura stessa dell’antica repubblica oligarchica.

Il seme gettato dalla Confederazione italica germogliava. Tra il 71 e il 69 a.C. tutto si compì: dopo un decisivo censimento con il quale fu ufficialmente riconosciuta la cittadinanza romana a tutti gli abitanti sotto la linea del Rubicone, due monetari in carica, Fufio Caleno e Mucio Cordio coniarono una moneta simbolo della riconciliazione e, insieme, della definitiva unione di Roma con Italia: un denario d’argento con due donne – appunto Italia e Roma – che, in piedi, si stringono la mano e si riconoscono reciprocamente Onore e Virtù, raffigurate come divinità nell’altra faccia della moneta stessa.

Roma, da città-stato contorniata da alleati forzati e senza diritti, era divenuta la capitale di un territorio unito e con pari dignità.

Decenni dopo, il primo imperatore Cesare Ottaviano Augusto, dopo aver esteso la cittadinanza a tutti coloro che abitavano al di sotto delle Alpi, disegnò l’Italia come oggi la conosciamo dividendola in undici regiones.

E così, Celti, Liguri, Etruschi, Italici, Latini, Apuli, Greci e tutti gli altri si ritrovarono ad abitare il territorio di una Italia unita con Roma capitale divenendo con essa coprotagonisti di ciò che sarebbe accaduto nei cinque secoli successivi.

Fu infatti questa nuova situazione – l’unione delle forze di tutti i popoli all’interno di un solo stato centralizzato – a costituire la base per la costruzione dell’impero romano, il più importante e duraturo dell’intera storia umana.

Nicola Mastronardi e Alessandro Grittini

 

*Testo tratto da Il Viaggio di Marzio, Itaca edizioni, 2017.

Bibliografia

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Edward Togo Salmon, Il Sannio e i Sanniti, Einaudi, 1995. 

Gianluca Tagliamonte, I Sanniti. Caudini, Irpini, Pentri, Carricini, Frentani, Longanesi, 1997.

Giovanni Brizzi, Storia di Roma. 1.Dalle origini ad Azio, Patron, 1997,

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Francisco Villar, Gli Indoeuropei e le origini dell’Europa, Il Mulino, 1997.

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